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di Carola Frediani

Tutto quel ben di Dio di commenti, invettive, Mi Piace, che stanno stipati nei profili Facebook. Proprio mentre sono in corso, ancora avvolte in un alone di incertezza, le primarie repubblicane. Eppure ci deve essere un modo per sfruttare quella miniera di valutazioni personali sui candidati in lizza, quella matassa di micro-intenzioni di voto che ancora non sanno di esserlo. Così si chiedono ogni giorno gli analisti che stanno seguendo la corsa alle presidenziali americane del 2012; ora però qualcuno ha provato a darsi una risposta.

La testata online Politico.com, che come dice il nome segue da vicino la politica statunitense, ha stretto una partnership con Facebook per avere un accesso esclusivo alle conversazioni che si tengono sul social network riguardo le prossime primarie in South Carolina previste il 21 gennaio.

In pratica la piattaforma di Zuckerberg misura le menzioni dei candidati negli aggiornamenti di stato e nei commenti degli utenti americani e nello stesso tempo cerca di valutare i sentimenti negativi o positivi espressi nelle conversazioni. Le informazioni raccolte sono setacciate in automatico da software che dovrebbero essere in grado di dedurre dal testo se la valutazione di un candidato è buona o meno. Per la cronaca, da una delle prime misurazioni sembra che gli utenti si scaglino soprattutto contro Newt Gingrich. A parte ciò, la redazione di Politico userà quotidianamente Facebook anche per dei più tradizionali sondaggi fra i suoi iscritti.

“I social media hanno cambiato per sempre la campagna elettorale dei candidati alla presidenza”, ha dichiarato John F. Harris, il direttore di Politico. Che l'analisi dei commenti su Facebook cambi la capacità di fare previsioni elettorali è però ancora da vedere.
Le obiezioni al riguardo non mancano. A parte il disinteresse mostrato verso la privacy degli utenti – perché è vero che tutto passa per un software e viene reso anonimo, però sono pescati anche gli aggiornamenti contrassegnati come privati – la cosiddetta  “sentiment analysis” utilizzata per capire se gli utenti parlano bene o male di qualcuno è materia assai incerta. 

A stroncare l'operazione ci pensa la webzine dedicata al rapporto tra tecnologia e politica TechPresident. Si può provare a contare le menzioni di un candidato, scrive qui Micah Sifry, fondatore del Personal Democracy Forum, o guardare il trend nei motori di ricerca, insomma, affidarsi a dalle analisi quantitative che comunque non si traducono automaticamente in voti; ma affidarsi alla sentiment analysis è “una sciocchezza”.

Il fatto è che tutti questi software ancora si scontrano con le infinite ambiguità della lingua, accentuate dal tono colloquiale e dall'ironia usati nei social network, e con la mancanza di contesto. Qualcuno può scrivere che un certo politico “è un genio”, ma l'affermazione può essere sia positiva che profondamente denigratoria.

Sta di fatto che i media vanno sempre più a braccetto con i social network, anche se a volte li usano poco più che come maquillage. All'ultimo dibattito televisivo tra i candidati repubblicani, Fox News ha misurato le reazioni in tempo reale degli utenti di Twitter. Che sono stati invitati a postare dei “cinguettii” sulle risposte dei politici, indicando con due diversi hashtag (#answer o #dodge) se avevano risposto bene o invece avevano eluso la questione. Alla fine quello che è piaciuto di più è stato Ron Paul. Mentre Mitt Romney, quando ha parlato della propria dichiarazione dei redditi, è stato considerato di gran lunga il più evasore. Pardon, evasivo.