Il giornalista Jeff Gottlieb del Los Angeles Times festeggia il Pulitzer vinto per un'inchiesta sulla corruzione finanziaria nella città di Bell, in California - Getty Images
Nuova definizione per la categoria “breaking news” del prestigioso riconoscimento giornalistico. Adeguandosi ai tempi delle notizie a flusso continuo, ora richiede velocità, verifica e capacità di dare un contesto a quello che avviene sui social media
di Nicola BrunoC’erano una volta le
breaking news. Le notizie dell'ultima ora che - per la loro importanza e urgenza - interrompevano la normale programmazione televisiva e si imponevano sul resto del palinsesto. Ma nell’era dell’informazione a flusso continuo, dei canali all-news e, soprattutto, dei social media che permettono a chiunque di pubblicare una notizia in tempo reale, ha ancora senso chiamarle così? Davvero conta chi arriva per primo, quando, dai
disastri naturali agli
incidenti aerei, passando per la cattura di
bin Laden e gli
attacchi terroristici, sono ormai sempre più spesso i non-professionisti a documentare gli eventi di attualità?
CONTESTO E APPROFONDIMENTO - I membri della giuria del
Premio Pulitzer, il riconoscimento giornalistico più prestigioso al mondo, non hanno dubbi: ormai è più importante “catturare gli eventi in maniera accurata e, mentre il tempo passa, andare più a fondo, fornire un contesto, espandere la copertura iniziale”. Questa almeno è la nuova definizione del Premio per la categoria “
breaking news”, che dal 1953 in poi è stata assegnato ai più importanti quotidiani a stelle e strisce per la copertura di eventi come il massacro alla Columbine High School nel 2000 (Denver Post), l’attacco alle Torri Gemelle dell’
11 Settembre 2011 (Wall Street Journal) e lo scandalo del governatore Leo Spitzer nel 2009 (New York Times). La novità è arrivata insieme all’annuncio che dal 2012 le candidature potranno essere sottomesse soltanto online, in formato digitale: una scelta simbolica per un premio che - seppur con qualche
eccezione - dal 1917 è stato vinto sempre dalle grandi testate cartacee. Dallo
scorso anno, comunque, il Pulitzer si è aperto a qualsiasi formato giornalistico: in molte delle categorie ormai si possono sottoporre anche video, database e applicazioni multimediali.
REAL-TIME COVERAGE - Il cambio nella definizione di “breaking news” è arrivato dopo che andavano sempre più diminuendo le candidature per questa categoria: nel 2010 erano state 41, mentre nel 2011 erano scese a 37, tanto che il premio non è stato nemmeno
assegnato. D’altronde, come spiega il comunicato ufficiale del
Pulitzer Prize, “sarebbe davvero deludente se un evento è accaduto alle 8 di mattina fosse raccontato per la prima volta su un quotidiano del giorno dopo”. Meglio, piuttosto, provare ad espandere la definizione e includere quel nuovo genere giornalistico nativo del web che in molti ormai chiamano “real-time coverage”. E cioè l’aggregazione in tempo reale dei tanti contributi pubblicati online da altre testate o da semplici utenti (siano essi tweet, video, post di blog o Facebook), dopo che sono stati opportunamente verificati e inseriti in un contesto più ampio.
Uno degli esempi migliori – sottolinea il sito web del
Poynter Institute - è quello fornito dal Seattle Times per la copertura online e su carta di un tragico evento di cronaca del 2010 (l’uccisione di quattro poliziotti da parte di un pregiudicato). In quell’occasione il principale quotidiano di Seattle fornì ai lettori un
pacchetto multimediale completo che andava dalla pubblicazione delle ultime notizie alla realizzazione di una timeline interattiva, passando per l’utilizzo di Google Wave e Twitter (per raccogliere testimonianze dai passanti) e una pagina su Facebook in onore di quattro poliziotti. Insomma, uno sforzo giornalistico a 360 gradi, che è poi valso alla testata il Premio Pulitzer per le Breaking News nel 2010.
UN PREMIO AL LIVE-TWEETING? - Come sottolinea il blog Nieman Journalism Lab dell’
Università di Harvard, il cambiamento per questa categoria è ormai indicativo di una tendenza sempre più chiara: “E’ un modo per dimostrare la forza di una testata durante una situazione in divenire che richiede il meglio di un team giornalistico: raccogliere storie, filtrare il rumore, trovare un contesto. E farlo anche rapidamente. Tutto questo non è più riflesso nella copertura del giorno dopo di un quotidiano. Né tanto meno l’azione in tempo reale è restituita bene dalla TV o dalla radio (...) Magari è solo una questione di tempo, ma prima o poi qualcuno vincerà in questa categoria per un live-tweeting”.
CANDIDATI - In effetti, a leggere la nuova definizione della categoria, non c’è più nessun riferimento al formato da utilizzare. E c’è già chi, come il blog
GigaOm, si lancia a indicare un “ovvio candidato”: Andy Carvin, il reporter della NPR, la radio pubblica statunitense, che usa il suo
account Twitter per aggregare e verificare in
tempo reale gli eventi della cosiddetta
primavera araba. Grazie ai suoi tweet, Carvin riesce a dare decine di breaking news al giorno riprese da utenti presenti sul luogo, separando il segnale (le notizie vere) dal rumore di fondo (le tante bufale che circolano
online). Lo stesso stanno facendo anche testate come il
New York Times e
The Guardian che, attraverso i loro live-coverage, stanno mostrando un pezzo di
giornalismo di domani. D’altronde è proprio questo il valore aggiunto che i professionisti dell’informazione sono chiamati a dare in quella che
viene definita l’era del “ciclo di notizie di 1440 minuti”: ormai gli aggiornamenti degli eventi di attualità non seguono più il ritmo delle ore (come nel flusso di notizie da 24 ore popolarizzato dalla
CNN), ma quello dei minuti, se non proprio dei secondi.