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di Carola Frediani

Un compromesso per evitare il default dello Stato più potente del pianeta può prevedere anche un compromesso sull’etichetta da seguire sui social media. Così devono aver pensato i guru 2.0 al servizio di Obama, quando hanno deciso di mobilitare gli utenti di Twitter, invitando i seguaci (followers) del profilo del presidente a cinguettare a tutto spiano, e a premere sui propri rappresentanti repubblicani perché approvassero il piano sull’innalzamento del tetto del debito. Parola chiave (hashtag) da ritwittare: #compromise.

E ora che l’accordo sul debito è stato di fatto raggiunto al Congresso, scongiurando il rischio di una crisi mondiale incontrollabile, la Casa Bianca è convinta che ne valesse la pena: anche di essere accusata di spam. O di perdere 36mila followers in un giorno. Per riguadagnarne però altrettanti qualche giorno dopo. Insomma, a margine della vicenda economica principale e del pericolo sventato di default, Obama è stato anche protagonista, come ci ha ormai abituato, di un inusuale esperimento coi social media, e i risultati sono ancora da soppesare.

Tutto è iniziato lo scorso 29 luglio, quando un presidente Usa in difficoltà per l’opposizione dell’ala più dura dei repubblicani si è giocato gli unici numeri che gli hanno sempre portato fortuna: quelli raccolti sul web. E non sono pochi, visto che su Twitter l’account di Barack Obama raccoglie (nel momento in cui scriviamo) 9.411.892 utenti: è il terzo profilo più seguito dopo Lady Gaga e Justin Bieber: è l’unico politico che riesce a competere con le star del pop.

Ebbene, gli strateghi della comunicazione online di Obama hanno deciso di attingere a questo tesoretto invitando milioni di followers a martellare i politici repubblicani con  tweets che chiedessero di raggiungere un compromesso sul debito. Il problema è che ciò ha significato in primo luogo anche un bombardamento dei followers dello stesso presidente, che in un solo giorno si sono visti intasare gli account con un centinaio di messaggi, in cui erano segnalati i profili Twitter dei rappresentanti del Grand Old Party. In molti non hanno esitato a definire l’operazione un diluvio di spam e migliaia di followers di Obama hanno deciso di staccare la spina, smettendo di seguire l’account presidenziale, e mostrando il proprio fastidio nei messaggi. Tanto che alla fine di venerdì qualcuno ha fatto i conti: 36mila utenti hanno mollato @barackobama. E c’è chi ha visto un collegamento tra lo spam della Casa Bianca e la crescita in popolarità di alcuni politici repubblicani, i cui profili online sarebbero stati beneficiati dell’imprevista “pubblicità”.

Agli analisti dei social media non pareva vero: Obama il comunicatore 2.0 che fa un passo falso; Twitter che si ritorce contro chi esagera, si tratti pure del presidente Usa; è giù con altre riflessioni edificanti. Ma la questione sembra più complessa. A cominciare da chi ha guardato in primo luogo i numeri, chiedendosi: cosa sono 36mila utenti su quasi 9 milioni e mezzo? Circa lo 0,3 per cento. Un’oscillazione non rilevante, specie se la si confronta con l’andamento dei giorni successivi, quando @barackobama ha recuperato 37mila followers. E poi: qual è stato l’impatto della campagna sugli altri, su quelli che hanno continuato a seguire i tweets presidenziali? Secondo alcune analisi, l’hashtag #compromise è stato usato solo il 29 luglio oltre 22mila volte, raggiungendo 36 milioni di utenti.

In ogni caso, il presidente e il suo staff ritengono che i tweets abbiano funzionato e non sembrano rinnegare la strategia adottata: Obama ha pubblicamente ringraziato gli elettori che hanno fatto sentire la loro voce attraverso “le lettere, email, tweet e telefonate” e che avrebbero spinto Washington ad agire in corner. Un concetto ribadito (con un tweet di risposta a un giornalista) anche dal responsabile della comunicazione della Casa Bianca Dan Pfeiffer.

D’altra parte il sito di microblogging è stato messo da qualche mese al centro della campagna presidenziale 2012 di Obama, il quale ha riscoperto lo strumento cercando di usarlo in maniera più diretta. E ancora lo scorso luglio il presidente Usa lanciava la formula del Town Hall via Twitter, invitando i cittadini a fare domande attraverso dei tweet.
Inoltre, a dimostrazione della vivacità del sito di cinguettii, proprio qualche giorno fa le paure per il rischio default e la passività dei politici di Washington al riguardo avevano già infiammato la Rete: gli utenti si erano scatenati attraverso messaggi dal significativo hashtag #FuckYouWashington. C’è quindi da scommettere che la politica americana e Twitter continueranno ancora a giocare di rimbalzo da qui al 2012. E che Obama non si tirerà indietro.