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di Nicola Bruno

Mentre si avvicina la fatidica data del 2 agosto (termine ultimo fissato dal Ministero del Tesoro per alzare il tetto del debito) e Washington è ancora impantanata in un braccio di ferro tra Democratici e Repubblicani, dalla rete si leva un coro di proteste contro il rischio “default” (inadempienza) a cui va incontro l’amministrazione a stelle e strisce.

Prima ancora del discorso alla nazione di Barack Obama con cui il presidente ha invitato i cittadini a fare pressione sui deputati, e dell’email-bombing ai siti del Congresso, a far da catalizzatore della rabbia dei cittadini è stato soprattutto Twitter, dove nei giorni scorsi è diventato un “trending topic” (e cioè uno degli argomenti più discussi dagli utenti) il fin troppo esplicito hashtag “#FuckYouWashington”.

Tutto è partito da un tweet di Jeff Jarvis, docente alla CUNY University di New York e noto esperto di giornalismo online, che sabato scorso ha cinguettato senza troppi peli sulla lingua: “Hey, Washington assholes, it's our country, our economy, our money. Stop fucking with it” ("Ehi, stronzi a Washington, è il nostro paese, la nostra economia, i nostri soldi. Smettetela di cazzeggiare"). Forte dei suoi 75mila seguaci, è bastato poco perché l’appello del solitamente compìto professore diventasse uno degli argomenti più popolari su Twitter.

Come si può vedere in questa mappa realizzata con Trendsmap, dalla East alla West Coast è subito cresciuta la protesta contro i politici di Washington, mandati letteralmente a quel paese per i più diversi motivi: “per mettere la fedeltà al vostro partito prima degli interessi della gente”, “per dare più peso alle grandi corporation che alle persone normali”, “per avere le capacità di compromesso dei bambini di tre anni”, e via dicendo.

Secondo i dati del motore di ricerca Topsy, l’hashtag “#fuckyouwashington” ha aggregato migliaia di tweet all’ora. Non solo negli Stati Uniti, ma anche nel resto del mondo, dove ha contagiato prima l’Europa e poi alcuni paesi africani preoccupati per le ripercussioni sull’economia globale del mancato accordo.

“Il flusso ininterrotto di tweet - ha spiegato poi Jeff Jarvis sull’Huffington Post - mi ha fatto recuperare un po’ di fiducia nella società. Certo, ci sono molti idioti, estremisti e cospiratori arrabbiati [tra gli autori di questi tweet, NdR], ma questo rumore di fondo è stato scatenato dalla voce degli Americani delusi”.

Insomma, mentre si avvicina la battaglia per le presidenziali 2012, pare proprio che il ruolo di Twitter sia destinato a diventare sempre più centrale. Così come è già accaduto durante le recenti elezioni in Italia, quando il servizio di microblogging è diventato il principale megafono per la protesta e l’ironia in Rete.