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Le foto del precedente incontro tra Obama e il Dalai Lama

Barack Obama ha aspettato l'ultimo giorno di permanenza del Dalai Lama a Washington, in città dal 6 luglio, per invitarlo alla Casa Bianca. Lo ha accolto nella Map Room e non nella Sala Ovale, quella dove i presidenti Usa ricevono i capi di Stato.
Poi, al termine del faccia a faccia di una quarantina di minuti, ovviamente off limits a fotografi e telecamere, Obama ha evitato con cura ogni commento alla stampa. Tutti dettagli protocollari per sottolineare il carattere 'low profile' e strettamente privato della visita, allo scopo di limitare l'irritazione montante di Pechino.
Ma si è trattato di sforzi senza successo. Pochi minuti dopo che si è sparsa la notizia dell'invito di Obama al leader tibetano, il secondo della sua presidenza, le autorità cinesi hanno espresso la loro forte protesta.
Quasi a prevenire l'imminente bufera diplomatica, la Casa Bianca venerdì 15 luglio aveva presentato la visita, evitando volutamente ogni riferimento alla Cina. "Quest' incontro - aveva scritto lo staff di Obama - sottolinea il deciso sostegno del presidente al mantenimento dell'originale identità religiosa, culturale e linguistica e alla protezione dei diritti umani nel Tibet".

Pechino si oppone - Ma, immediata, a stretto giro di posta, è giunta la replica piccata di Pechino. In una nota sul web, il portavoce del ministero degli Esteri, Hong Lei ha ribadito che la Cina "si oppone fermamente a qualsiasi incontro di importanti esponenti dei governi stranieri con il Dalai Lama, in qualsiasi forma". Come dire, compresa la formula "privata".
Quindi la richiesta all'America, rimasta poi disattesa, di "annullare al più presto possibile l'incontro" e l'invito "a non fare nulla che possa interferire negli affari interni cinesi e danneggiare le relazioni tra Cina e Stati Uniti".

Obama incoraggia la ripresa del dialogo tra il Tibet e la Cina - Al termine dell'incontro, lasciando la Casa Bianca, ignorato anche dai media Usa, la guida spirituale del Tibet si è limitato a riferire lui il pensiero del suo potente interlocutore: "Barack Obama è il presidente della più grande democrazia al mondo e ha naturalmente manifestato le sua preoccupazione per quello che riguarda la tutela dei valori umani pi- elementari dei diritti dell'uomo e della libertà religiosa in Tibet".
Passa qualche ora e dalla Casa Bianca arriva una breve nota, in cui si ribadisce la posizione di Obama, favorevole a una ripresa di "dialoghi diretti" tra il Tibet e Pechino in modo da superare "le incomprensioni di vecchia data" sulla questione dei diritti umani.
Infine, una precisazione allo scopo di allentare la tensione con la Cina.
"Il presidente - si legge nel comunicato - sottolinea l'importanza di una forte partnership con Pechino". Nella nota si ribadisce anche che per gli Stati Uniti il Tibet fa parte della Repubblica popolare cinese.