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di Cristina Bassi

La scuola delle bambine nel villaggio di Qala-I-Khuna, mille abitanti nel cuore del Gulistan, distretto dell’Afghanistan occidentale, è presidiata da poliziotti locali con il fucile spianato. Il muro di cinta è alto due metri, in cima ha il filo spinato. I soli visitatori uomini ammessi sono un tenente dei parà che parla la lingua dari e fa da interprete e il tenente colonnello Sergio Cardea, comandante della vicina Fob (base operativa avanzata) “Ice”, affidata ai militari italiani. Ci aiutano nella lunga trattativa con Khush Del Khan, responsabile dell’istruzione nel distretto, e con la preside dell’istituto. Otteniamo di poter vedere le 260 ragazze tra i 7 e i 14 anni che frequentano le sette classi della scuola e di poterci chiacchierare. All’inizio ci viene tassativamente vietato di riprenderle e fotografarle, poi arriva qualche piccola concessione, con la promessa di schermare nelle foto i volti delle allieve. Nessuna delle insegnanti vuole comunque parlare davanti alla telecamera. Hanno paura. “Il problema non è che siano bambine e donne – spiega Khush Del Khan –, ma che siano bambine e donne in una classe. Questo le mette in pericolo”.

Le bambine afgane, soprattutto nelle zone rurali, vanno a scuola scortate perché ognuna di loro è un simbolo da colpire. Il regime talebano proibiva alle femmine di studiare e ancora oggi molte famiglie preferiscono tenerle in casa per non rischiare. Gli attacchi degli insorti infatti si sono intensificati negli ultimi mesi anche in aree prima considerate sicure e gli obiettivi sono spesso edifici scolastici, dati alle fiamme, ma anche insegnanti e studentesse, picchiate, sfregiate con l’acido, uccise. Alle fine di maggio i talebani hanno ucciso il preside di un istituto femminile vicino a Kabul, dopo avergli intimato più volte di non insegnare alle ragazze. Non più tardi di quattro mesi fa il ministro dell’Educazione afgano, Farooq Wardak, aveva annunciato con soddisfazione che i leader talebani si erano impegnati a non perseguitare più le bambine che studiano. La notizia però era sembrata a molti più un auspicio del governo che una reale conquista.

Dal 2001 l’istruzione in Afghanistan, anche quella femminile, ha fatto grandi progressi. Secondo la ricerca di un gruppo di Ong e coordinata da Oxfam, oggi frequentano la scuola 2 milioni e mezzo di ragazze (nel 2001 erano 5 mila), su un totale di 7 milioni di studenti (meno di un milione in epoca talebana, per i circa 20 milioni di abitanti di allora). I giovani afgani nelle aule sono però meno della metà di quelli in età scolare e il tasso di analfabetismo femminile è ancora il doppio di quello maschile (in generale, meno di una persona su tre sa leggere e scrivere). Le agenzie umanitarie hanno pubblicato questi dati per lanciare un allarme: “Le giovani afgane non chiedono altro che istruzione – sottolinea Neeti Bhargava, direttore dei programmi Oxfam in Afghanistan –. In realtà il sistema scolastico sta fronteggiando una delle sfide più difficili dal 2001. Stiamo assistendo a una marcia indietro”.

Il timore delle Ong è che la comunità internazionale stia concentrando gli sforzi nel Paese più nella stabilizzazione e nella lotta ai ribelli che nell’istruzione e che dopo il ritiro delle truppe Nato, previsto per il 2014, le donne afgane verranno abbandonate. Un pericolo da scongiurare, considerato che, sempre secondo Oxfam, il tasso di mortalità infantile di una nazione (l’Afghanistan è in cima alla triste classifica mondiale) scende dal 5 al 10 per cento per ogni anno in più di permanenza delle ragazze a scuola. E che per la Banca mondiale, aumentare il numero di donne con un’istruzione secondaria dell’1 per cento fa crescere il reddito pro capite in un paese dello 0,3 per cento. I maggiori ostacoli all’alfabetizzazione femminile in Afghanistan sono la povertà, i matrimoni combinati in giovane età, la mancanza di strutture e materiale scolastico, la carenza di insegnanti preparati (le donne sono solo il 30% del totale) e, appunto, la paura di ritorsioni.

Le bambine della scuola di Qala-I-Khuna sembrano tutt’altro che spaventate. Hanno occhi grandi e accesi, i capelli raccolti nel velo. Divertite e incuriosite dai visitatori stranieri, per vedere meglio si arrampicano a piedi nudi sulle finestre del corridoio azzurro. Al ritorno davanti alla lavagna, scambiano con noi un paio di frasi in inglese e ci mostrano orgogliose i quaderni stropicciati e gli zainetti colorati. Studiano le lingue farsi e pashtu, inglese, geografia, biologia, storia, matematica e il Corano in arabo. La scuola è stata ricostruita e riaperta a febbraio grazie ai militari italiani, dopo che i talebani l’avevano distrutta l’estate scorsa. Era l’unico istituto femminile in un’area considerata la più a rischio tra quelle sotto la responsabilità italiana. “C’è voluto più di un mese per convincere le shure (le assemblee dei saggi, ndr) e le famiglie che erano state minacciate dagli insorti a mandarci le ragazze – aggiunge il responsabile scolastico –. Nel villaggio la situazione della sicurezza va meglio ora, il leader talebano locale è stato ucciso tre settimane fa. Ma in Gulistan altre sette scuole rimangono chiuse”. Prima dei saluti Khush Del Khan ringrazia i militari della base italiana per l’arrivo di quaderni e penne. Risponde però “no, grazie” all’offerta di banchi e sedie: le bambine preferiscono stare accovacciate sui tappeti con la scritta “Ministry of Education”.