di Nicola Bruno

Nessun presentatore della radio o della tv francesi potrà più dire: “Seguiteci sul nostro account Twitter” oppure “Diventate fan della nostra pagina Facebook”. Un decreto emesso nei giorni scorsi dal Conseil Supériore de l’Audiovisuel ha stabilito che, secondo una legge del 1992, sono da considerarsi “pubblicità occulta” tutti i riferimenti espliciti ai due social network più popolari del momento. Secondo l’organismo di controllo audiovisivo d’Oltralpe, citare Facebook e Twitter rappresenta una promozione dei due servizi commerciali a discapito delle altre alternative disponibili.

Tv e radio potranno quindi limitarsi a dire solo: “Per saperne di più su questa notizia seguiteci sui social network”, sperando che poi gli spettatori siano in grado di capire su quale servizio 2.0 siano effettivamente presenti. L’unica deroga ammessa è per finalità informative: le parole “proibite” potranno essere pronunciate solo nel caso in cui si parli, ad esempio, della quotazione in borsa di Facebook o delle proteste in Medio Oriente che dilagano su Twitter.

La decisione è arrivata a pochi giorni dall’incontro ufficiale tra il Presidente della Repubblica Nicolas Sarkozy e il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg all’e-G8 di Deauville, scatenando un fiume di reazioni sconcertate ai quattro angoli del pianeta. “La notizia più strana della settimana” ha sentenziato la webzine statunitense Newser, mentre la bibbia dell’informazione tecnologica Techcrunch ha parlato di “una decisione decisamente assurda”, ricordando come “Internet ti forza a stare sempre dalla parte dei vincitori”.

Stesse reazioni anche sui media francesi più attivi online: “Il mondo anglosassone ci vede come il villaggio di Asterix” ha scritto il direttore di Rue89, sottolineando la sostanziale inapplicabilità della norma: “Perché ci sia pubblicità clandestina ci deve essere un pagamento, cosa che non fanno né Facebook né Twitter”. Anche il quotidiano di sinistra Libération si è unito al coro di chi trova assurda la decisione, ricordando come, secondo alcuni studi recenti, Facebook sia ormai diventata una delle principali fonti di traffico per i siti di informazione online; vietare di pubblicizzare il proprio profilo può comportare forti perdite di utenti.

Nella generale derisione che ha fatto seguito al decreto, c’è stato anche chi ha provato ad andare controcorrente. Il New York Times ha aperto una pagina di dibattito a più voci a partire dalla domanda: “Ma non è che segretamente amiamo i francesi per questo?”. Lo studioso Nicholas Carr (autore di “Internet ci rende stupidi?”) ha risposto: “Voglio trasferirmi in Francia (...) Mi danno un fastidio mortale le aziende che mi chiedono di cliccare sul ‘like’ delle loro pagina o, peggio ancora, di ‘seguirle’”. Ma secondo la ricercatrice Sophie Meunier, non è questo il vero motivo per cui le autorità francesi hanno dichiarato guerra a Facebook e Twitter: “Si tratta di un modo per proteggere le compagnie di social media locali. Ed è giusto che tutte le alternative abbiano modo di svilupparsi e affermarsi”.

Insomma siamo al solito sciovismo alla francese, secondo Meunier. Lo stesso che negli ultimi decenni ha portato le autorità d’Oltralpe a resistere al colionalismo linguistico inglese attraverso una “Commission générale de terminologie et de néologie” il cui compito è aggiornare il lessico francese per evitare l’adozione di troppe parole straniere.
Ecco di seguito una lista di parole di origine statunitense che in italiano ormai sono diventate di uso comune, mentre in Francia hanno una propria traduzione.

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