IL DECALOGO DEL CYBERDITTATORE: LE FOTO

di Nicola Bruno


Blackout della rete in Libia, sms pro-Mubarak in Egitto, tweet di regime in Siria: le recenti proteste in Medio Oriente hanno dimostrato come le nuove tecnologie sono sempre più sfruttate per veicolare la propaganda di Stato e mettere a tacere le voci dissidenti.

Succede nel mondo arabo, ma non solo. Dall’Iran di Ahmadinejad alla Cuba post-Fidel, passando per la Bielorussia sempre più oscurantista di Lukashenko e la giunta militare in Birmania, le armi dei cyber-dittatori diventano ogni giorno più affilate. Ce lo ricorda il report “The 10 Tools of Online Oppressors” rilasciato proprio a ridosso della Giornata Globale per la Libertà di Stampa dal Committee to Protect Journalists (CPT), organizzazione no-profit statunitense che lotta da anni a fianco dei giornalisti a rischio nei regimi oppressivi.

Se da una parte la rete costituisce sempre più una potente arma per aggirare la censura (come visto, appunto, durante le ultime proteste in Medio Oriente), dall’altra “gli oppressori online hanno velocemente adattato vecchie strategie al mondo digitale”. Le tattiche utilizzate vanno dall’intimidazione diretta (Cina, Russia) al cybercrimine (Tunisia, Iran), passando per il controllo dell’infrastruttura di rete (Etiopia) e la censura mirata (Bielorussia). Questi strumenti, spiega il rapporto del CTP, “sono ammirati ed emulati dai regimi repressivi in tutto il mondo”. Vediamoli più nel dettaglio

1. Blocco della rete - In Iran (e non solo) viene sistematicamente negato l’accesso alle fonti non gradite al governo. Ma negli ultimi anni il regime di Ahmadinejad ha compiuto un ulteriore passo in avanti: ha preso di mira tutti i software anti-censura (tra cui il più famoso è Tor), condannando a diversi anni di carcere gli attivisti che usano questi programmi per navigare liberamente.

2. Censura mirata
- Come zittire una voce dissidente alla vigilia di un appuntamento elettorale? La Bielorussia ha scelto la strada del reindirizzamento brutale per i siti malvisti da Lukashenko. E così, in occasione delle ultime elezioni di dicembre 2010, chi digitava l’url del noto sito d’opposizione Charter97 veniva automaticamente reindirizzato ad un sito creato da un partito inesistente.

3. Accesso negato - A Cuba il problema della dissidenza online è stato eliminato dalla radice: è possibile accedere ad Internet solo negli hotel turistici, pagando cifre impossibili per il cittadino medio. Chi riesce ad aggirare questo sistema, come la nota blogger Yoani Sanchez, viene pubblicamente diffamato nella Tv di stato.

4. Controllo dell’infrastruttura - In Etiopia non esistono fornitori di connettività privati, tutto il network è in mano al governo che esercita un monopolio assoluto nel settore delle telecomunicazioni. In questo modo è più facile filtrare i siti da rendere disponibili e individuare gli attivisti da spedire in prigione.

5. Attacco ai siti esteri - Dopo la violenta repressione del 2007, la giunta militare della Birmania continua ad esercitare un forte controllo su Internet. Se all’interno dei confini nazionali il gioco è facile, ora il nuovo bersaglio sono i siti di attivisti residenti all’estero, come il tailandese Irrawaddy, l’indiano Mizzima e il norvegese Democratic Voice of Burma. Oltre ad essere inaccessibili in patria, queste testate vengono sistematicamente attaccate per renderle inaccessibili anche ai cittadini esteri.

6. Attacchi malware - In quella che è la patria dell’internet censurata - la Cina - le tecnologie di controllo diventano sempre più sofisticate. L’ultima tendenza è l’invio di email contenenti link che, se cliccati, installano un malware (software maligno) sul computer del proprietario che sarà così inavvertitamente spiato dalle autorità. Diversi giornalisti sono state vittime di questa tecnica di “spear-phishing”, soprattutto a ridosso del Premio Nobel per la Pace assegnato a Liu Xiaobo.

7. Cybercrimine di stato - Anche la Tunisia di Ben Alì ha preso ispirazione dagli spammer per esercitare più controllo sulla rete. Nel 2010, la Tunisian Internet Agency ha creato false pagine di Google, Yahoo e Facebook: quando gli utenti inserivano il proprio username e password, queste credenziali venivano rubate e salvate. E così appena si è levato il vento delle proteste, le autorità hanno potuto accedere alle email e ai profili Facebook di diversi giornalisti e attivisti per eliminare tutte le risorse che stavano pubblicando.

8. Internet spenta - E’ la tecnica più facile, da utilizzare solo come rimedio estremo (a causa delle forti ricadute economiche che può avere). Ma è stata già utilizzata a più riprese in Birmania nel 2007, in Iran nel 2009, in Cina durante i recenti disordini nella regione del Xinjiang, oltre che in Egitto e in Libia.

9. Blogger in carcere - La Siria è uno dei paesi più pericolosi per i blogger dissidenti che vengono spesso detenuti lunghi periodi senza un giusto processo. Il caso più recente è quello della blogger Tal al-Mallohi condannata a cinque anni di carcere per aver liberamente criticato sul proprio diario personale il governo nazionale.

10. Intimidazioni - Come Anna Politkovskaja, anche diversi giornalisti online subiscono sistematicamente aggressioni e violenze fisiche in Russia. E’ successo pochi mesi fa ad Oleg Kashin reporter impegnato ad investigare casi di corruzione negli appalti di stato. E prima ancora a Mikhail Afanasyev, direttore di una rivista online in Siberia, e a Magomed Yevloyev l’editore online assassinato nel 2008