di Gabriele De Palma

Le applicazioni più usate su Facebook inviano i dati degli utenti alle agenzie pubblicitarie. Farmville, Phrases, Mafia Wars, Texas HoldEm - solo per citare alcuni dei giochi più usati - permettevano la raccolta delle identità degli iscritti al “libro delle facce” e dei loro amici digitali indipendentemente dalle impostazioni sulla privacy scelte dagli utenti. A scoprirlo è un'inchiesta del quotidiano americano Wall Street Journal che cita espressamente la società RapLeaf, colta a rivendere agli inserzionisti i dati presi da Facebook attraverso le app. Altre agenzie sono coinvolte, anche se non è dato conoscerne i nomi.

In questo caso la società di Mark Zuckerberg ha promesso di metterci una pezza e impedire ulteriori fughe  di informazioni sensibili via Apps; la stessa RapLeaf si è scusata: “Non l'abbiamo fatto apposta”, hanno detto. Quello scoperto dal quotidiano economico americano è l'ennesimo capitolo di una saga, quella della privacy degli utenti del social network, che continua dall'avvento di Facebook nel 2005.

Lo stesso Zuckerberg, pressato sul funzionamento poco limpido nel trattamento dei dati dei frequentatori del suo sito (oltre 500 milioni di iscritti in tutto il mondo), ha più volte ribadito che i confini della riservatezza personale stanno cambiando, e in più di una occasione ha dovuto mettere mano alle policy relative, arrivando anche a realizzare un semaforo per una semplice e chiara gestione della pubblicità della propria identità. Ciononostante, più di una causa è stata intentata contro Facebook per violazione delle leggi nazionali che tutelano le informazioni personali e, a quanto pare, la saga non accenna a terminare. 

Anche perché, indipendentemente dai problemi e dalle soluzioni escogitate da Facebook, quella della riservatezza delle informazioni resta una delle questioni centrali nell’era digitale. A fronte di un numero sempre più alto di persone che sono disposte a riversare notizie su di sé online cresce anche il numero dei soggetti interessati a questi dati. E non si tratta solo di aziende private.
Recentemente, la Electronic Frontier Foundation, organizzazione che tutela le libertà degli utenti rete, ha reso pubblici dei documenti che rivelano come  il governo Usa invitasse i dipendenti dell'Ufficio anti-frodi e quello della Sicurezza Nazionale a monitorare attraverso Facebook e altri social network (Digg, MySpace, Twitter) l'attività degli iscritti.