di Raffaele Mastrolonardo

C'è la Kaptna Manolis I. Batteva bandiera cipriota ed è affondata al largo delle coste siciliane nel gennaio 1996. Portava 5.000 tonnellate di fertilizzanti. C'è la Liberta (Honduras) che è colata a picco nell'agosto 1997 al largo di Palma di Maiorca depositando nelle acque il suo carico di fusti di alcol. E poi la Sofia nel Mar Ionico, la Lina Star nella baia di Vatika in Grecia o la Thor Emlilie con la stiva piena di zinco che ora è adagiata sui fondali algerini. Si può continuare così, nome dopo nome, un carico tossico dopo l'altro, ed arrivare fino a 74 relitti che giacciono sul fondo del Mediterraneo. Oppure si può decidere di vederli tutti insieme, in un colpo d'occhio, e rabbrividire di fronte all'entità del rischio ambientale che si nasconde sotto la superficie del mare nostrum, trasformato in un cimitero di veleni.

Queste operazioni sono possibili grazie a In.fondo.al.mar, sito-inchiesta che usa la forza della rete per denunciare la successione di “strani” affondamenti succedutisi negli ultimi trent'anni nelle acque dell'Europa meridionale e del Medio Oriente. Una serie di inabissamenti – scrivono gli autori del sito - sui quali aleggia il sospetto che siano stati organizzati apposta per liberarsi di rifiuti tossici, chimici e radioattivi. Queste operazioni illegali, che servivano a evitare i costi di smaltimento dei rifiuti, sarebbero state portate a termine dalla criminalità organizzata con la complicità, in certi casi, di imprese italiane, governi e servizi segreti.

Realizzato da Paolo Gerbaudo, collaboratore del quotidiano Il manifesto trasferitosi a Londra, e David Boardman, ricercatore al Mit di Boston, In.fondo.al.mar origina da un'inchiesta giornalistica del quotidiano italiano e sfrutta le potenzialità di visualizzazione del web per offrire una prospettiva originale sul fenomeno. Gli affondamenti sono localizzati su una mappa oppure rappresentati in successione cronologica mentre una sezione statistica permette di entrare nel dettaglio della vicenda. Si può così scoprire che l'anno peggiore è stato il 1997 (9 affondamenti) e che il periodo più caldo è stato quello tra il 1996 e il 2000 (35 natanti colati a picco). Sul fronte delle responsabilità, Turchia (14) e Italia (13) si contendono la poco invidiabile palma dei Paesi a cui appartenevano, al momento degli incidenti, la maggior parte delle imbarcazioni.

I dati grezzi, che sono offerti in vari formati per chi volesse consultarli o sviluppare nuove visualizzazioni, sono presi dai registri del Lloyd's Register of Shipping di Londra, dove si tiene traccia degli incidenti navali nel mondo, dal dossier di Legambiente "Affondamenti sospetti 1979-2001" e da una serie di studi e inchieste giornalistiche.

“Non è un'opera finita – spiega Gerbaudo – ma un lavoro sempre in corso che vuole suscitare dibattito e tenere alta l'attenzione sulla vicenda”. Del tutto autofinanziato e aperto alle segnalazioni degli utenti il sito guarda già al futuro. “La nostra idea è quella di cercare la collaborazione con analoghe iniziative sul web che coinvolgono i cittadini. E poi ci piacerebbe estenderlo anche oltre il Mediterraneo”.

Quella di usare il web per dare forza visiva (e dunque impatto) a problemi ambientali è una tendenza che sta maturando sempre di più in rete. Recentemente, per esempio, il New York Times ha realizzato uno speciale interattivo che illustra , attraverso una serie di mappe, vari aspetti della fuoriuscita di petrolio di cui è responsabile BP nel Golfo del Messico: dalle coste su cui è arrivata la marea nera fino agli effetti sulla fauna. Meno complesso, ma efficacissimo nella sua semplicità, IfItWasMyHome che inserisce la chiazza di petrolio di BP sulle mappe di Google e permette di farsi un'idea dell'ampiezza della tragedia. Che sia un disastro lo abbiamo capito tutti ma vedere che la macchia di greggio è grande quanto Sardegna e Corsica messe insieme fa tutto un altro effetto.