di Raffaele Mastrolonardo

Sono passati poco più di due mesi dalla pubblicazione del controverso video che mostra l'uccisione a Baghdad di alcuni civili iracheni, tra cui due dipendenti dell'agenzia di stampa Reuters, da parte di un elicottero militare americano. Le immagini, che risalgono al 2007 e sono state rilanciate dalla stampa di tutto il mondo, costituiscono uno dei maggiori successi di Wikileaks, sito che garantisce l'anonimato a chiunque voglia pubblicare documenti segreti e scottanti.

Tuttavia, 62 giorni dopo, il presunto autore della “soffiata” è stato scoperto. Secondo quanto riportato inizialmente da Wired e successivamente confermato dal Dipartimento della difesa statunitense, Bradley Manning, 22 anni, analista militare di stanza in Iraq, si trova in stato di arresto con l'accusa di avere rivelato all'esterno informazioni riservate. Tra queste, il famoso video iracheno e, pare, 260 mila dispacci diplomatici preparati dal Dipartimento di stato e da membri del corpo diplomatico Usa in Medio Oriente.

A denunciare il giovane soldato americano all'FBI e alle autorità militari a stelle e strisce è stato Adrian Lamo, un ex-hacker, con cui Manning si è intrattenuto via email e via chat confidando le sue imprese di “gola profonda” telematica. “Se avessi accesso alle reti di documenti riservati per 14 ore al giorno per sette giorni la settimana da più di otto mesi che cosa faresti?”, ha detto il giovane Manning a quello che considerava un interlocutore fidato e poi ha snocciolato l'elenco delle informazioni che avrebbe trasferito dai server del Pentagono a quelli di Wikileaks. Di fronte alle confessioni, Lamo, condannato in passato per essere penetrato nei computer di Microsoft e del New York Times, ha optato per la denuncia: “Non lo avrei fatto se vite umane non fossero state in pericolo”, ha detto a Wired.

Da parte sua Wikileaks, che ha raggiunto il picco della popolarità proprio con il video iracheno, non ha confermato di avere ricevuto da Manning materiali segretati, ma ha comunque deciso di sostenere il soldato: “Non sappiamo se Manning sia stato una nostra fonte”, si legge sull'account Twitter del progetto, ma “se l'esercito americano lo afferma noi lo difenderemo”. I primi passi in questa direzione sono stati un appello per cercare volontari che vogliano contribuire alla difesa del giovane e una pagina su Facebook intitolata Savebradley che ha trovato l'appoggio di più di 1200 fan. Il progetto ha inoltre avvertito le fonti di “parlare solo con Wikileaks” e non con estranei.

La natura dell'episodio, che chiama in causa la lealtà di un soldato nei confronti dell'esercito ma anche quella di un confidente rispetto alla sua fonte, ha ovviamente sollevato vari commenti in rete.  Wikileaks spara a zero contro “giornalisti” come Adrian Lamo e Kevin Pulsen, il reporter di Wired che ha dato la notizia, affermando che meritano “l'inferno”.
Un esperto di sicurezza come Tom Rick, che tiene un blog sul sito della rivista Foreign Policy, si dice d'accordo con la punizione del soldato anche se invita l'esercito Usa a tenere lo stesso comportamento nei confronti dei torturatori di Abu Grahib: “hanno fatto molti più danni ai nostri valori e al nostro Paese”.

Sul filo dei distinguo corre anche l'analisi di John Daly di TechEye che non approva il comportamento di Lamo ritenendo però che Poulsen, in quanto giornalista, aveva tutto il diritto di pubblicare la storia. Per il settimanale Economist, infine, la morale della vicenda è che “nessuna tecnologia può proteggere gli informatori da se stessi”. Il riferimento è al sistema di Wikileaks che, attraverso crittografia e server sparsi in nazioni che assicurano ampie protezioni alla libertà di espressione, garantisce che nessuno possa impedire la pubblicazione dei documenti e che la fonte resti anonima. Salvo, ovviamente, che la fonte non si smascheri da sola.

Attivo dalla fine del 2006, Wikileaks è diventato famoso per una serie di importanti e talvolta controversi scoop. Tra questi, la pubblicazione, nel novembre 2009, della corrispondenza elettronica di alcuni importanti scienziati che studiano il cambiamento climatico, seguita dai 570 mila messaggi di testo inviati da cerca-persone americani il giorno degli attacchi dell'11 settembre, tra cui quelli di alcuni funzionari del Pentagono e della polizia della città di New York. Tra le sue rivelazioni più importanti ci sono anche le procedure seguite dall'esercito americano per il trattamento dei detenuti nelle prigioni di Guantanamo Bay.