di Gabriele De Palma

Il Digital Economy Bill (DEB) britannico è pronto per essere approvato e diventare legge. Grazie a un tour de force che ha impegnato il parlamento nelle ultime ore disponibili alla discussione delle proposte di legge, Labour e conservatori hanno trovato l'intesa e a questo punto è possibile che, nonostante lo scioglimento delle Camere previsto per il prossimo 12 aprile, il testo possa portare in calce la regale firma di Elisabetta II e diventare legge.

Nel pacchetto variegato di norme e argomenti trattati dal DEB (che va dalla riforma di Channel Four della Bbc a nuove regole per gestire frequenze radio, dal registro dei domini internet con suffisso co.uk a un nuovo sistema di rating per classificare i videogame) la questione relativa alle misure per contrastare la pirateria online è quella che ha destato più attenzioni e critiche nell'opinione pubblica.

Il testo approvato dal parlamento britannico ricalca nella sostanza quello approvato in Francia e noto col nome di Hadopi, ovvero: la disconnessione come misura per contrastare il file-sharing di contenuti d'autore. Ad aggravare la sanzione, il fatto che l'accusa non deve provenire da un magistrato ma dal fornitore di connettività (Isp), imbeccato dall'industria di musica e cinema. A differenza della versione francese non viene citato nel testo la regola della disconnessione dell'utente dopo tre avvertimenti di comportamento doloso; si parla più genericamente di risposta graduale all'infrazione del copyright digitale che può arrivare fino alla sospensione temporanea del servizio internet. Resta però intatta la vera rivoluzione nel diritto contenuta nella proposta francese, cioè il fatto che a iniziare le indagini non deve necessariamente essere un magistrato, ma può essere un privato, monitorando evidentemente i comportamenti online dei netizen. Il che mette a repentaglio la privacy degli utenti, esposti alle intercettazioni non solo ad opera del potere giudiziario. In Italia la legge non permette che questo possa accadere.

Le critiche abbondano in rete sia per quantità che per varietà di argomentazioni e di sostenitori. Si va dai gruppi sui social network - il più affollato è AgainstTheDigitalEconomyBill su Facebook -  alle conversazione su Twitter, dove i messaggi arrivano alla velocità di 20 ogni dieci secondi a poche ore dall'accordo in seno al Parlamento.  Le proteste degli utenti inglesi vengono raccolte anche dagli attivisti di 38 Degrees e di Open Rights Group. I primi hanno civilmente inoltrato al governo già 20mila email infuocate scritte dai contrari al provvedimento in materia di copyright. L'home page allestita per l'occasione da Open Rights Group è invece tanto scurrile quanto esplicativa dello stato d'animo dei sostenitori delle libertà in rete.

Non mancano poi le firme celebri degli opinionisti e giornalisti accreditati presso le più importanti testate nazionali. James Graham, dalle pagine del Guardian considera il testo l'esempio più lampante della corruzione e ignoranza dei rappresentanti parlamentari. Mike Butcher, in uno sprezzante editoriale sul Telegraph si spinge a paragonare i provvedimenti del Digital Economy Bill a quelli imposti da Mao quando, per migliorare la resa dei campi coltivati, ingiunse ai contadini di sterminare i passeri che danneggiavano i raccolti: il risultato fu il proliferare dei ben più temibili insetti, improvvisamente privati del loro predatore naturale. Non poteva mancare al coro dei detrattori del DEB, la voce dello scrittore di fantascienza e fondatore di BoingBoing Cory Doctorow, uno dei più attivi critici del disegno di legge, che si associa alla richiesta di un corso di formazione al digitale per i membri del governo britannico.