di Nicola Bruno

Dalla rivoluzione colorata in Iran alla crisi diplomatica tra Stati Uniti e Cina: il 2010 è stato un anno cruciale per internet. Se da una parte il web 2.0 si conferma il nuovo fronte caldo della mobilitazione politica, dall'altra parte è proprio online che la libertà di espressione è sempre più sotto minaccia. Le tecnologie di socializzazione finiscono nel mirino del controllo e della censura a tappeto.
Questo il quadro che emerge dal rapporto 2010 di Reporters Senza Frontiere pubblicato oggi in occasione delle Giornata contro la cyber censura. Dura la condanna verso quei Paesi che da anni compaiono nella lista dei "Nemici di Internet". Ci sono i soliti Cina, Egitto, Tunisia e Vietnam, dove la crescita del web corre a due velocità: libero per chi opera nel settore economico, blindatissimo sulle questioni politiche e sociali. Il filtraggio preventivo dei contenuti cresce in Iran Siria, Arabia Saudita e Uzbekistan, mentre in Birmania, Corea del Nord, Cuba e Turkmenistan Internet è sempre più ridotta a una Intranet, ovvero una rete chiusa allo scambio di informazioni con l'esterno.

Oltre al rapporto, ieri RSF ha inaugurato anche il nuovo "Premio Netizen". La prima edizione è andata alle cyberfemministe iraniane di We Change: un gruppo di sole donne, tra cui molte blogger e giornaliste, che lottano contro la discriminazione di genere. Tra gli altri candidati c'era anche la blogger cubana Yoani Sanchez, l'attivista egiziano Tamer Mabrouk, il sito indipendente russo Ingushetiyaru, lo scrittore cinese in carcere Tan Zuoren e l'attivista vietnamita Nguyễn Tiến Trung.

Non solo regimi autoritari. Accanto ai Nemici di Internet, Reporters Senza Frontiere punta l'attenzione anche sui "Paesi sotto sorveglianza". E qui si trova per lo più di stati democratici. Il 2010 ha visto aggiungersi alla lista anche Turchia e Russia. Nel primo si continua a registrare il blocco preventivo di siti online per argomenti considerati tabù: la questione curda e armena, l'esercito, Ataturk (proprio un video ironico su quest'ultimo ha portato al blocco di YouTube, ma le proteste non sono mancate).
Al di là dell'oscuramento dei siti controversi, il Cremlino russo applica invece una potente strategia della dissuasione, attraverso minacce e arresti per blogger e giornalisti.
Sotto sorveglianza restano anche altri Paesi in bilico tra libertà e controllo, come l'Australia (che di recente ha approvato una legge repressiva contro la pirateria), la Thailandia, gli Emirati Arabi Uniti e la Bielorussia.
Durante lo scorso anno è stato poi raggiunto un altro record negativo: i blogger, giornalisti e cyberdissidenti arrestati sono saliti a quota 120; la Cina resta la "più grande prigione del mondo" con 72 detenuti, seguita da Vietnam e Iran (dove decine di attivisti ora rischiano anche la pena di morte).

Ma la repressione dilaga anche in Paesi che non sono sotto sorveglianza. "In Marocco - ricorda Lucie Morillon di RSF - un blogger e un proprietario di un cybercafé sono stati imprigionati dalle autorità locali per aver dato semplicemente informazioni sulla repressione di una manifestazione finita male. In Azerbaigian il potere ha messo le grinfie su Adnan Hadjizade e Emin Milli, due blogger che hanno denunciato la corruzione delle autorità e ne hanno fatto satira in un video diffuso su YouTube".
Da non sottovalutare, infine, la strada legislativa: in molti stati si sta cercando di far passare leggi e decreti che intendono regolare, se non dissuadere, la libera espressione. E' il caso della Francia (con la controversa legge Hadopi "tre errori e sei fuori dalla rete"), ma anche dell'Italia, dove spesso si torna a parlare di leggi contro "l'istigazione a delinquere online".
La strada da seguire, sottolinea RSF, è quella dei Paesi scandinavi che considerano l'accesso a internet un diritto universale. Ma anche quella dell'Islanda che presto potrebbe diventare () la prima nazione in cui la libertà di espressione è garantita a 360 gradi, senza se e senza ma.
Il rapporto integrale in versione PDF