di Carola Frediani

Se il tema della censura della Rete da parte dei governi è diventato incandescente dopo lo scontro Google-Cina e il successivo discorso del segretario di Stato Hillary Clinton, dalla Turchia si apre un nuovo fronte.  A emergere in questi giorni è infatti la notizia di una manifestazione virtuale organizzata dagli internauti turchi su Google Maps. Nel Paese che si affaccia sul Mar Nero da tempo sono censurati siti come YouTube e Last.fm e così molti cittadini hanno deciso di inscenare una marcia di protesta di pixel. Il concentramento è a Istanbul, a piazza Taksim, dove gli utenti possono segnalare la propria presenza piantando una bandierina sulla mappa online. Una volta raggiunto un certo numero, i dimostranti si dirigeranno al parlamento di Ankara, anche qui, pixel dopo pixel.

I manifestanti – spiega Mashable, il sito di informazione sul web 2.0 – utilizzano i documenti condivisi di Google Docs per organizzarsi e situarsi sulla mappa. Inoltre invitano gli internauti di tutto il mondo a partecipare alla marcia in segno di solidarietà. La cyber-manifestazione turca ha attirato una certa attenzione a livello internazionale anche perché la questione della censura di Internet continua a imporsi sull’agenda politico-mediatica globale. Proprio in questi giorni Evan Williams, cofondatore di Twitter, ha annunciato che il sito di microblogging sta preparando un sistema per sfuggire alle maglie del controllo governativo. Il fatto è che mentre la rete sta esplodendo – gli ultimi dati stimano che nel solo 2009 si sarebbero aggiunti 47 milioni di navigatori (dati Netcraft) – molti Paesi, intimoriti dai possibili effetti, tentano in diversi modi di arginare la diffusione di Internet. Cina, Corea del Nord e Iran sono certamente alla guida di questa tendenza repressiva.

Ma il sito turco Daily News include nella lista dei censori anche l’Italia, citando il decreto Romani sul recepimento della direttiva Ue in materia di tv e internet . Il quale tra le altre cose prevede che i fornitori di servizi online siano responsabili dei contenuti trasmessi dagli utenti. Anche per questo è stato subito ribattezzato dagli utenti della rete “decreto anti-Youtube”.