di Dana Canedy

Caro Jordan,
se stai leggendo questo libro significa che in qualche modo siamo riusciti a superare gli anni del dolore e che ormai sei abbastanza grande per capire quello che sto per raccontarti.
Ora, mentre scrivo, hai solo dieci mesi, ma le mie parole sono destinate al giovane uomo che diventerai: allora saprai che tuo padre era un soldato pluridecorato caduto in combattimento nell’ottobre 2006 in Iraq. Lo ha ucciso un ordigno esploso accanto al mezzo blindato su cui viaggiava. All’epoca tu avevi solo sei mesi. Saprai anche che ti ha lasciato un diario di oltre duecento pagine, che aveva scritto in stampatello con la sua calligrafia ordinata mentre combatteva in quel luogo torrido e terrificante.

Ciò che voglio raccontarti ora è l’origine del diario e tutto ciò che non dice di tuo padre e del nostro amore indissolubile. Prima di baciare il mio ventre ingrossato e partire per la guerra nel dicembre 2005, tuo padre – Charles Monroe King, primo sergente dell’esercito degli Stati Uniti – si era preparato per quella promessa di vita che tu rappresentavi e per l’eventualità della propria morte. Ancor prima che s’imbarcasse sull’aereo diretto verso il pericolo, mi assalì il timore che potesse non far più ritorno: così gli donai un diario, con la speranza che riuscisse a scrivere qualche messaggio o qualche parola di incoraggiamento per te – anche se non eri ancora nato – nel caso in cui fosse morto prima che voi due poteste conoscervi.

Io e Charles abbiamo cercato di prepararci alla possibilità che lui non potesse esserti accanto mentre crescevi. Quando era partito non sapeva nemmeno se fossi maschio o femmina, ma amava fantasticare su come saresti stato, e durante la sua permanenza in Iraq ha sempre tenuto in una tasca dell’uniforme le immagini delle tue ecografie. E poi c’era il diario. Per tuo padre scriverlo sarebbe stato un modo per aiutarmi a guidarti nella vita nel caso in cui non avesse più fatto ritorno. Voleva insegnarti a essere galante quando esci con una ragazza, a scattare infinite fotografie durante le vacanze, ad avere una forte etica del lavoro e a pagare le bollette in tempo. Voleva spiegarti come affrontare le delusioni, come distinguere l’amore dalla semplice attrazione fisica, e ricordarti di inginocchiarti a pregare ogni giorno. Ma più di tutto voleva che tu sapessi quanto era profondo il suo amore per noi.

Così in Iraq, a notte fonda, dopo aver portato a termine missioni pericolose e spesso mortali, affamato e stremato, tuo padre tornava alla calma relativa del suo alloggio e prima di andare a dormire ti scriveva. A volte inciampava nella grammatica e la calligrafia lasciava trapelare che era di fretta o stanco. Ma quei bellissimi messaggi erano colmi di significato. Come quando scrive:

Sii umile quando ottieni buoni risultati, lavora con maggior impegno di chi ti sta accanto, e rammenta che anche i maschi possono piangere. Qualche volta una lacrima allevia il dolore e la tensione. Non vergognarti mai di piangere: non ha niente a che vedere con l’essere un vero uomo.

Tuo padre mi spedì il diario per posta nel maggio 2006, poco tempo dopo che uno dei suoi soldati morì in un’esplosione che ricorda in modo inquietante quella in cui sarebbe caduto tuo padre. Dopo aver estratto dal carro armato il corpo del ragazzo, dilaniato dalla bomba, Charles era così scosso che mi inviò il diario senza averlo terminato. Aveva altre cose da dire, ma le avrebbe aggiunte solo durante le due settimane di licenza in cui tornò a casa per conoscerti, sei settimane prima di morire. Lessi il diario il giorno stesso in cui arrivò, nel silenzio della notte, mentre tu dormivi accanto a me, e mi innamorai del mio dolce guerriero come se fosse la prima volta. Era l’uomo con il più forte senso dell’onore che io abbia mai conosciuto, ma anche il più complicato. Non ho intenzione di dipingere tuo padre come un santo di cui non potresti mai essere all’altezza: non lo era. Era gentile, buono e leale, ma poteva anche essere di cattivo umore, ostinato e introverso. Se gli sembrava di aver subìto un torto ci rimuginava per giorni, come quella volta in cui avevo festeggiato il compleanno con le mie sorelle e le amiche invece che con lui. E, non ultimo, l’esercito per lui veniva prima della famiglia. E voglio che tu capisca anche me: una donna imperfetta che amava profondamente il suo uomo, ma che durante il nostro lungo corteggiamento ha dovuto lottare per riuscire ad accettarlo così com’era.

Siamo stati insieme per quasi dieci anni, metà dei quali Charles li ha trascorsi aspettando che mi innamorassi di lui. A essere sinceri ogni ragazza fantastica su come sarà l’uomo che un giorno la condurrà all’altare, e tuo padre non era il compagno che avevo immaginato. Era terribilmente chiuso, amava temporeggiare e, Dio lo perdoni, ascoltava le notizie dalla televisione anziché leggerle sul «New York Times», il quotidiano per cui lavoro da oltre undici anni. Io invece sono loquace, decisa e impaziente, qualità che di solito divertivano tuo padre, ma che qualche volta lo irritavano. Inoltre sono ostinata e impulsiva. Quando sono stressata mi sfogo sul cibo. E se c’è traffico mi metto a imprecare.

Quando ho conosciuto tuo padre avevo un lavoro impegnativo come reporter, mentre lui per lunghi mesi prestava servizio in zone sperdute per addestrare i suoi ragazzi. Come sergente istruttore possedeva un forte senso del dovere. Charles aveva così a cuore i suoi soldati, molti dei quali poco più che maggiorenni, che arrivò a pagare la cauzione per tirarli fuori di prigione; insegnava loro anche come controllare l’estratto conto o addirittura spiegava come evitare gravidanze indesiderate. Ho imparato a convivere con i suoi lunghi silenzi e il suo rapporto conflittuale con i giornali, ma mi è costato uno sforzo enorme capire che cosa spingesse quell’uomo che aveva sognato così a lungo la tua nascita a scegliere di non essere presente perché era convinto che sarebbe stato più utile ai suoi soldati: prima di tornare in licenza dall’Iraq Charles aspettò che lo avessero fatto tutti i centocinque uomini che erano ai suoi ordini.

Tuo padre era legato all’esercito non solo per senso del dovere, ma anche perché arruolarsi aveva allargato il suo mondo. I soldati che addestrava, e con cui si addestrava, arrivavano dalle città minerarie della Virginia Occidentale, dal Bronx di New York, dai villaggi di pescatori di Puerto Rico. Ha conosciuto ex surfisti, uomini che condividevano il suo amore per la Bibbia e donne che rispettava profondamente perché riuscivano a distinguersi in un’istituzione prettamente maschile.
Quando era stato mandato in Germania aveva visitato l’Europa, e aveva tenuto vivo il suo spagnolo lavorando con i rifugiati cubani nella Baia di Guantanamo. Nel diario scrive:

Arruolarmi nell’esercito è stata una delle migliori decisioni che io abbia mai preso. Dio mi ha benedetto ben aldilà di quanto potessi immaginare. Come in tutte le cose, ci sono giorni difficili, ma se guardo indietro non ho alcun rimpianto. L’esercito ha persino riconosciuto il mio talento artistico. E ho incontrato tante persone in gamba. È stata un’esperienza fantastica. Grazie, buon Dio.

©2008 by Dana Canedy - © 2009 Rcs Libri S.p.A., Milano – Proprietà letteraria riservata

Tratto da Dana Canedy, Diario per mio figlio, Rizzoli (pp.292, euro 15)

Dana Canedy è stata per dodici anni reporter e poi giornalista per il “New York Times”, dove attualmente è senior editor. Insieme ad altri colleghi della testata nel 2001 ha vinto il Premio Pulitzer per un’inchiesta dal titolo “How Race Is Lived in America”.