Baghdad, dicembre 2009 - I primi soccorsi dopo un attentato nella capitale irachena
Il sergente americano Charles King moriva a Baghdad nel 2006. Fino a poco prima aveva scritto al figlio, temendo di non vederlo crescere. Ora la moglie, premio Pulitzer, ha raccontato la sua storia in un libro edito da Rizzoli. LEGGI LE PRIME PAGINE
di Dana Canedy
Caro Jordan,
se stai leggendo questo libro significa che in qualche
modo siamo riusciti a superare gli anni del dolore e che
ormai sei abbastanza grande per capire quello che sto per
raccontarti.
Ora, mentre scrivo, hai solo dieci mesi, ma le mie parole
sono destinate al giovane uomo che diventerai: allora saprai
che tuo padre era un soldato pluridecorato caduto in combattimento
nell’ottobre 2006 in Iraq. Lo ha ucciso un ordigno
esploso accanto al mezzo blindato su cui viaggiava. All’epoca
tu avevi solo sei mesi.
Saprai anche che ti ha lasciato un diario di oltre duecento
pagine, che aveva scritto in stampatello con la sua calligrafia
ordinata mentre combatteva in quel luogo torrido e
terrificante.
Ciò che voglio raccontarti ora è l’origine del
diario e tutto ciò che non dice di tuo padre e del nostro
amore indissolubile.
Prima di baciare il mio ventre ingrossato e partire per la
guerra nel dicembre 2005, tuo padre – Charles Monroe
King, primo sergente dell’esercito degli Stati Uniti – si era
preparato per quella promessa di vita che tu rappresentavi
e per l’eventualità della propria morte. Ancor prima che
s’imbarcasse sull’aereo diretto verso il pericolo, mi assalì il
timore che potesse non far più ritorno: così gli donai un diario,
con la speranza che riuscisse a scrivere qualche messaggio
o qualche parola di incoraggiamento per te – anche se
non eri ancora nato – nel caso in cui fosse morto prima che
voi due poteste conoscervi.
Io e Charles abbiamo cercato di prepararci alla possibilità
che lui non potesse esserti accanto mentre crescevi.
Quando era partito non sapeva nemmeno se fossi maschio
o femmina, ma amava fantasticare su come saresti stato, e
durante la sua permanenza in Iraq ha sempre tenuto in una
tasca dell’uniforme le immagini delle tue ecografie.
E poi c’era il diario. Per tuo padre scriverlo sarebbe stato
un modo per aiutarmi a guidarti nella vita nel caso in cui
non avesse più fatto ritorno. Voleva insegnarti a essere galante
quando esci con una ragazza, a scattare infinite fotografie
durante le vacanze, ad avere una forte etica del lavoro
e a pagare le bollette in tempo. Voleva spiegarti come affrontare
le delusioni, come distinguere l’amore dalla semplice
attrazione fisica, e ricordarti di inginocchiarti a pregare
ogni giorno. Ma più di tutto voleva che tu sapessi quanto
era profondo il suo amore per noi.
Così in Iraq, a notte fonda, dopo aver portato a termine
missioni pericolose e spesso mortali, affamato e stremato,
tuo padre tornava alla calma relativa del suo alloggio e prima
di andare a dormire ti scriveva. A volte inciampava nella
grammatica e la calligrafia lasciava trapelare che era di
fretta o stanco. Ma quei bellissimi messaggi erano colmi di
significato. Come quando scrive:
Sii umile quando ottieni buoni risultati, lavora con
maggior impegno di chi ti sta accanto, e rammenta che
anche i maschi possono piangere. Qualche volta una lacrima
allevia il dolore e la tensione. Non vergognarti
mai di piangere: non ha niente a che vedere con l’essere
un vero uomo.
Tuo padre mi spedì il diario per posta nel maggio 2006, poco
tempo dopo che uno dei suoi soldati morì in un’esplosione che ricorda in modo inquietante quella in cui sarebbe
caduto tuo padre. Dopo aver estratto dal carro armato il
corpo del ragazzo, dilaniato dalla bomba, Charles era così
scosso che mi inviò il diario senza averlo terminato. Aveva
altre cose da dire, ma le avrebbe aggiunte solo durante le
due settimane di licenza in cui tornò a casa per conoscerti,
sei settimane prima di morire.
Lessi il diario il giorno stesso in cui arrivò, nel silenzio della
notte, mentre tu dormivi accanto a me, e mi innamorai del
mio dolce guerriero come se fosse la prima volta. Era l’uomo
con il più forte senso dell’onore che io abbia mai conosciuto,
ma anche il più complicato. Non ho intenzione di dipingere
tuo padre come un santo di cui non potresti mai essere all’altezza:
non lo era. Era gentile, buono e leale, ma poteva anche
essere di cattivo umore, ostinato e introverso. Se gli sembrava
di aver subìto un torto ci rimuginava per giorni, come
quella volta in cui avevo festeggiato il compleanno con le mie
sorelle e le amiche invece che con lui. E, non ultimo, l’esercito
per lui veniva prima della famiglia.
E voglio che tu capisca anche me: una donna imperfetta
che amava profondamente il suo uomo, ma che durante il
nostro lungo corteggiamento ha dovuto lottare per riuscire
ad accettarlo così com’era.
Siamo stati insieme per quasi
dieci anni, metà dei quali Charles li ha trascorsi aspettando
che mi innamorassi di lui. A essere sinceri ogni ragazza fantastica
su come sarà l’uomo che un giorno la condurrà all’altare,
e tuo padre non era il compagno che avevo immaginato.
Era terribilmente chiuso, amava temporeggiare e,
Dio lo perdoni, ascoltava le notizie dalla televisione anziché
leggerle sul «New York Times», il quotidiano per cui lavoro
da oltre undici anni.
Io invece sono loquace, decisa e impaziente, qualità che di
solito divertivano tuo padre, ma che qualche volta lo irritavano.
Inoltre sono ostinata e impulsiva. Quando sono stressata
mi sfogo sul cibo. E se c’è traffico mi metto a imprecare.
Quando ho conosciuto tuo padre avevo un lavoro impegnativo
come reporter, mentre lui per lunghi mesi prestava
servizio in zone sperdute per addestrare i suoi ragazzi. Come
sergente istruttore possedeva un forte senso del dovere.
Charles aveva così a cuore i suoi soldati, molti dei quali poco
più che maggiorenni, che arrivò a pagare la cauzione per
tirarli fuori di prigione; insegnava loro anche come controllare
l’estratto conto o addirittura spiegava come evitare gravidanze
indesiderate. Ho imparato a convivere con i suoi
lunghi silenzi e il suo rapporto conflittuale con i giornali, ma
mi è costato uno sforzo enorme capire che cosa spingesse
quell’uomo che aveva sognato così a lungo la tua nascita a
scegliere di non essere presente perché era convinto che sarebbe
stato più utile ai suoi soldati: prima di tornare in licenza
dall’Iraq Charles aspettò che lo avessero fatto tutti i
centocinque uomini che erano ai suoi ordini.
Tuo padre era legato all’esercito non solo per senso del
dovere, ma anche perché arruolarsi aveva allargato il suo
mondo. I soldati che addestrava, e con cui si addestrava, arrivavano
dalle città minerarie della Virginia Occidentale,
dal Bronx di New York, dai villaggi di pescatori di Puerto
Rico. Ha conosciuto ex surfisti, uomini che condividevano
il suo amore per la Bibbia e donne che rispettava profondamente
perché riuscivano a distinguersi in un’istituzione
prettamente maschile.
Quando era stato mandato in Germania
aveva visitato l’Europa, e aveva tenuto vivo il suo spagnolo
lavorando con i rifugiati cubani nella Baia di Guantanamo.
Nel diario scrive:
Arruolarmi nell’esercito è stata una delle migliori decisioni
che io abbia mai preso. Dio mi ha benedetto ben
aldilà di quanto potessi immaginare. Come in tutte le
cose, ci sono giorni difficili, ma se guardo indietro non
ho alcun rimpianto. L’esercito ha persino riconosciuto il
mio talento artistico. E ho incontrato tante persone in gamba. È stata un’esperienza fantastica. Grazie, buon
Dio.
©2008 by Dana Canedy - © 2009 Rcs Libri S.p.A., Milano – Proprietà letteraria riservata
Tratto da Dana Canedy, Diario per mio figlio, Rizzoli (pp.292, euro 15)
Dana Canedy è stata per dodici anni reporter e poi giornalista per il “
New York Times”, dove attualmente è senior editor. Insieme ad altri colleghi della testata nel 2001 ha vinto il Premio Pulitzer per un’inchiesta dal titolo
“How Race Is Lived in America”.