di Alessandra Carboni

Dal ministero dell’Industria e dell’Information Technology della Cina arriva un disegno di legge per regolamentare l’utilizzo dell’internet da parte dei cittadini. La mossa, con cui il governo del Paese cercherà di limitare ulteriormente la libertà degli internauti in rete, prevede la registrazione (presso le autorità preposte) dei domini web ritenuti accettabili. La porzione di web non presente nella lista diventerà di fatto inaccessibile.

Ufficialmente l’obiettivo dichiarato del regolamento è l’eliminazione dei contenuti di carattere sessuale. Un portavoce del ministero ha infatti spiegato che nel mirino vi è “il proliferare della pornografia tramite dispositivi mobili, e nient’altro”. Tuttavia, pare che in realtà la proposta abbia una portata assai più ampia, andando a interessare qualsiasi sito, compresi quelli che con la pornografia non hanno niente a che fare.

In pratica, oltre alla “lista nera” dei siti bloccati da Pechino, sarà ora creata una “lista bianca”, nella quale confluiranno tutti gli indirizzi autorizzati, ossia quelli che i cittadini cinesi potranno visitare: resteranno fuori tutti i siti a luci rosse, sì, ma anche un’infinità di altre pagine web innocue (soprattutto quelle estere), che, non avendo provveduto alla registrazione nella white list, di fatto non saranno raggiungibili.
Sostanzialmente, una volta che il nuovo regolamento entrerà in vigore, gli internauti cinesi connessi non si troveranno più di fronte all’internet, bensì a una sorta di intranet nazionale. In base a quanto dichiarato dal ministero, la creazione della lista dovrebbe svolgersi in tre fasi e concludersi entro la fine del prossimo anno.

Secondo Kaiser Kuo, uno dei più autorevoli analisti della rete in Cina, è probabile che la norma in questione rimanga solo sulla carta e non sia mai promulgata, come è accaduto in altre occasioni. Ma secondo altri esperti del settore non c’è nulla di impossibile, e dal governo di Pechino ci si può aspettare davvero di tutto. Del resto le autorità cinesi non hanno dimostrato esitazioni di sorta quando è stato il momento di oscurare siti come YouTube, Twitter o Facebook, o di tagliare fuori dall’internet (oltre che dall’intero sistema delle telecomunicazioni) l’intera regione di Xinjiang  – isolandola dal mondo – in seguito ai disordini e alle violenze inter-etniche dello scorso luglio. Non stupirebbe quindi se a tutti i siti internet, nazionali e stranieri, fosse infine richiesta la registrazione (e quindi l’adeguamento dei contenuti, pena la non visibilità) e se davvero gli internauti cinesi finissero di fatto col ritrovarsi offline.