di Pamela Foti

“Augn San Suu Kyi è uno dei principali simboli di lotta per la democrazia. Dalla Sicilia vogliamo che Aung San Suu Kiy sappia che tutti qui siamo con lei. Faremo tutto ciò che è in nostro potere per convincere il nostro governo a collaborare con le Nazioni unite e con l’Unione Europea per mettere fine a questa violenza. Democrazia in Myanmar. Myanmar Libero” è il messaggio postato su Facebook a firma dell’utente Giuseppe Longo.

Myanmar (Birmania fino al 1989). Un piccolo stato dell’Asia centrale sconosciuto fino a quando il mondo non si è accorto di Aug San Suu Kyi. 64 anni, Premio Nobel per la Pace nel 1991, leader dell’opposizione democratica che da tempo paga con il carcere il fatto di essersi apertamente schierata contro la giunta militare che con la forza governa il paese.

Aung San Suu Kyi, che ha passato 14 degli ultimi 20 anni agli arresti, è stata nuovamente condannata a 18 mesi di domiciliari per aver violato le norme sulla sicurezza che regolano, dal 2003, il suo regime di detenzione. Nel maggio scorso, infatti, ha accolto nella sua casa di Rangoon un cittadino americano, condannato a sua volta a 7 anni di reclusione di cui tre ai lavori forzati.

Di fatto, la leader dell'opposizione, non potrà candidarsi alle prossime elezioni che si terranno in Myanmar nel 2010.

Una storia di libertà violata che ha fatto il giro del mondo anche grazie alla Rete. Oltre agli innumerevoli siti Internet a sostegno del Premio Nobel, la comunità di Facebook segue costantemente le vicende di questa donna che è simbolo di quella promessa di democrazia mancata.

Sono tanti i gruppi nati in suo nome.
Aung San Suu Kyi ad esempio ha oltre 11 mila sostenitori. Sono americani, inglesi, italiani, francesi, degli Emirati Arabi, olandesi, belga, novergesi e finlandesi. A dimostrazione del fatto che la lotta di questa esile donna di 64 anni non conosce confini.

La comunità di FB ha atteso on line la notizia del verdetto giunto oggi.
Appresa la notizia della nuova condanna a 3 tre anni di lavori forzati, poi commutata in 18 mesi di domiciliari, il wall del gruppo in nome di Aung San Suu Kyi è stato sommerso dai commenti.

“Continueremo a mostrarle il nostro supporto. A Nelson Mandela è stata concessa la libertà. Anche Aung San Suu Kyi deve essere liberata, così come il popolo birmano” scrive Hillary Twaddle.

Anche Kerstin Lundgren associa il nome della leader birmana al simbolo di disobbedienza civile che ha liberato il popolo africano dal giogo dell’apartheid.
Aung San Suu Kyi è la nuova Mandela, scrive la rete.

La notizia della nuova condanna apre oggi anche il sito della BBC e quello del Guardian.
Una notizia che non sorprende. “Davvero qualcuno di voi ha pensato anche solo per un attimo che potesse essere riconosciuta innocente? – commenta una lettrice del quotidiano inglese - La campagna per l’imminente rilascio continua, così come quella contro la giunta militare del Myanmar. E per quelli che credono che la protesta non serva, guardate Nelson Nandela. Aung San Suu Kyi libera, subito!”

La nuova sentenza di colpevolezza emessa è “un oltraggio alla democrazia” si legge in un commento pubblicato su Huffington Post.

E la lotta di resistenza pacifica della leader birmana trova sostegno anche in Russia, dove gli ultimi fatti di cronaca riportano l’attenzione sull’irrisolta questione cecena. “La Russia sostiene la democrazia in Birmania” è il nome del gruppo che propone un elenco di siti dove è possibile approfondire la situazione.

Anche su The Irrawaddy, il quotidiano della comunità birmana in esilio si commenta la notizia del giorno.
“Ci aspettavamo questo verdetto – commenta Ma Thisa – mostra quanto la giunta tema questa piccola donna, la cui statura, coraggio forza e determinazione non è nulla in confronto al potere della giunta”.

Diverso, invece il parere di un altro utente del sito. Scrive Okka: ““La gente dice che il capo della giunta militare Than Shwe la teme e per questo la tiene agli arresti. Ma ciò che la gente non sembra capire è che quest’uomo potrebbe ucciderla o farla uccidere con estrema facilità se fosse davvero così spaventato. La tiene in prigione come moneta di scambio per trattare con i Paesi Occidentali e con l’Onu. Se davvero la temesse, non avrebbe bisogno di tenerla in vita”.

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