La Cina spaventa l'economia globale e il 2016 delle Borse inizia in negativo. La “sindrome cinese” torna a farsi sentire sui mercati di tutto il mondo, in un lunedì nero in cui l'Europa brucia 264 miliardi di euro e Wall Street registra la peggiore apertura dal 1932. Complicano il quadro, alimentando l'incertezza, le tensioni in Medio Oriente fra Arabia Saudita e Iran.

Ondata di vendite innescata dalla Cina - L'ondata di vendite che si è abbattuta sui mercati è stata innescata dalla Cina, dove lo yuan è sceso ai minimi da quasi cinque anni sul dollaro e dove si è registrato il quinto calo consecutivo della produzione manifatturiera. Crollati i listini cinesi: Shanghai ha perso il 6,8%, Shenzen l'8,2%. I forti cali della seduta hanno fatto scattare i nuovi meccanismi per il controllo della volatilità, che si sono tradotti in una chiusura anticipata degli scambi. In base alle nuove misure, infatti, con perdite superiori al 7% le contrattazioni sono sospese per la giornata.

Europa in negativo - La paura scattata in Cina si è fatta subito sentire in Asia, con Tokyo che ha chiuso in calo del 3%. Ed è arrivata fino all'Europa. La crescita dell'indice pmi manifatturiero nell'area euro non è bastata a contrastare l'ondata di vendite. Piazza Affari ha chiuso in calo del 3,2%, con Ferrari che ha tenuto al suo primo giorno di scambi archiviando la seduta a 43,67 euro, in aumento rispetto ai 43 euro dell'avvio. Pesante Francoforte, che è arretrata del 4,28%.

Peggior apertura da 84 anni per Wall Street - Wall Street ha aperto con perdite del 2%, con il Dow Jones che ha ceduto 450 punti, in quella che è stata la peggior apertura da 84 anni. Poi ha recuperato nel finale, con il Dow Jones che ha perso l'1,58%. Le ultime volte in cui Wall Street ha aperto la prima seduta dell'anno con perdite superiori all'1% è stato nel 2001 e nel 2008, anni di recessione. Le vendite hanno colpito anche le 'favorite' di Wall Street nel 2015, le cosiddette 'Fangs': Facebook, Amazon, Netflix e Google.

Le reazioni - Il presidente della Fed di San Francisco, John Williams, ha cercato di rassicurare: il rallentamento cinese non ha un impatto diretto sugli Stati Uniti. Williams prevede una crescita del Pil americano del 2-2,5% quest'anno e ritiene possibili fra i tre e i cinque aumenti dei tassi nel 2016.
Una fotografia positiva sulla quale, però, è arrivata la 'gelata' dell'indice Ism manifatturiero, sceso ai minimi dal 2009. Cauto il Fmi. Secondo il capo economista del Fondo, Maury Obstfeld, la Cina potrebbe ancora una volta “spaventare” i mercati nel 2016. L'economia è in transizione e le sfida da affrontare sono diverse, ha aggiunto.

A influire anche le tensioni in Medio oriente - L'impatto della frenata cinese “è già stato più forte del previsto”, ha detto ancora Obstfeld, sottolineando che fra le altre sfide per l'economia globale ci sono le tensioni in Medio Oriente, dove l'Arabia Saudita ha tagliato le relazioni diplomatiche e commerciali con l'Iran. Tensioni che hanno spinto inizialmente il petrolio, salito fino al 4%. L'attenzione degli investitori resta alta. Gli occhi sono puntati su Pechino. A breve scadrà il divieto per la vendita di azioni da parte dei grandi azionisti e il timore è che questo possa aumentare la volatilità.