Mario Monti e Angela Merkel si sono lasciati venerdì 29 a Bruxelles dopo un vertice Ue salutato da molti come un trionfo italiano ed una sconfitta tedesca. Una lettura che al Professore non è piaciuta: "La stampa avrebbe dovuto scrivere 'Angela più Mario uguale un passo avanti nella politica economica europea'", rimarca il premier in un'intervista alla Frankfurter Allgemeine Zeitung. Ma in un'altra intervista a La Stampa, il ministro degli esteri tedesco Guido Westerwelle ribadisce: no agli eurobond "neanche sul lungo periodo. Quello che è stato concordato nell'Unione europea resta valido".

Parole che arrivano alla vigilia di un nuovo incontro con Frau Angela, quello di oggi, mercoledì 4, a Roma, dove la cancelliera è attesa con alcuni dei suoi ministri di punta per un vertice intergovernativo. Un summit dove - è scontato - a tener banco nei colloqui sarà ancora il vertice Ue e le risposte alla crisi. Perché quell'intesa 'politica' raggiunta l'altra settimana - dall'utilizzo dei fonti salva-stati allo scudo antispread - deve ora essere tradotta in fatti (cosa prevee l'accordo: video). E su quei fatti restano ancora molti punti interrogativi e nodi da sciogliere, al di là di quelli che i due leader si sono affrettati a bollare come 'equivoci' nelle dichiarazioni degli ultimi giorni.

Probabilmente da superare c'è anche qualche "resistenza", come i veti paventati da Finlandia e Olanda sull'antispread, ha fatto sapere oggi Monti al Senato. Una mossa quella di Helsinky e L'Aja che ha innescato qualche lettura 'maligna' e alimentato la dietrologia di chi vede i due Paesi come i ventriloqui della Germania, con cui condividono l'appartenenza al club nordico della tripla 'A'. Letture che certo le parole - sibilline - arrivate da Berlino non hanno smentito. Ma neanche avvalorato, lasciando un dubbio: "Bisogna rispettare le posizioni dei singoli paesi", ha detto la cancelliera. Precisando poi che l'accordo raggiunto a Bruxelles è ancora tutto da "chiarire" (i dettagli tecnici su cui si gioca la vera partita sono affidati all'Eurogruppo del 9 e forse anche del 20 luglio). E che, comunque, la minaccia di veto di Finlandia e Olanda è prematura visto - ha aggiunto Frau Angela - che "per ora non c'é bisogno di agire": "nessuno ha presentato domande concrete" di utilizzare il meccanismo.

Parole interpretate come un colpo al cerchio ed uno alla botte. Mentre da Roma, Monti al Senato diceva che si cercherà di "sormontare" le opposizioni di quei Paesi che "hanno una certa insofferenza nei confronti dei meccanismi di stabilizzazione". Spingendosi anche oltre nel ricordare che a quel vertice sono state toccate anche questioni fino a qualche mese fa considerate "tabù ", come gli eurobond. Cosa - ha ricordato il Professore - che non fa piacere ad alcuni paesi. Germania, ovviamente, in prima linea, con la cancelliera che - malgrado l'ok del Bundestag al Fiscal Compact - ha davanti a sé una strada sempre più stretta. Con il leader del Csu, il bavarese Horst Seehofer, che oggi ha minacciato di spaccare la coalizione di governo che la sostiene in caso di altre concessioni ai Paesi deboli dell'eurozona.

L'accordo di Bruxelles - che gli è valso anche un rafforzamento sul piano interno con il traguardo sempre più fissato a fine legislatura - per Monti va in ogni caso "consolidato e cristallizzato". E mercoledì 4 per il Professore-mediatore di sicuro c'è anche da giocare la carta della 'ricucitura'. Più mediatica che sostanziale. Perché i rapporti personali con la Merkel restano "ottimi", ha più volte rimarcato negli ultimi giorni. Ma di certo l'ondata mediatica che ha fotografato Roma in trionfo e la Merkel sconfitta non è piaciuta neanche a Palazzo Chigi. Perché ha offuscato e banalizzato i risultati di un vertice che invece ha raggiunto risultati 'molto positivi'.