di Gabriele De Palma

Il piccolo internet service provider Sonic.net, in nome della privacy, ha contestato la richiesta del governo Usa di informazioni sull'indirizzo di posta elettronica di Jacob Applelbaum, volontario di Wikileaks, e ha chiesto che almeno Appelbaum fosse informato delle indagini in corso.
Sonic.net ha perso la causa, ma ha vinto l'annuale classifica per la difesa dei diritti degli utenti dagli eccessi di ingerenza governativi redatta dalla Electronic Frontier Foundation (EFF) l'organizzazione a tutela dei diritti digitali.

La domanda posta dalla EFF
Quando il governo bussa, chi ti protegge? – vuole stabilire come si comportano i vari servizi online di fronte alle richieste giudiziarie o governative: cedono subito i dati, oppure fanno qualche resistenza? I parametri tenuti in considerazione per giudicare diciotto aziende (tra cui Facebook, Google, Apple, Microsoft, Foursquare) sono quattro: 1) avvisare gli utenti in caso di richiesta dati (a meno che non ci siano restrizioni in tal senso dal giudice); 2) avere delle policy esplicite sul comportamento da tenere di fronte a richieste governative; 3) prendere le difese degli utenti in tribunale; 4) promuovere la privacy al Congresso (con azioni di lobby). L'unica a ottenere il punteggio a pieni voti (4 su 4) è stata Sonic.net, ma in generale la situazione è in netto miglioramento rispetto all'anno passato.

Bene Twitter e Google - Tra i big, viene ripetutamente lodato il comportamento di Twitter (3 e mezzo su 4), anche grazie alla recente opposizione alle richieste sulle informazioni personali sull'account di uno dei manifestanti di Occupy Wall Street, arrestato nella manifestazione sul ponte di Brooklyn nell'ottobre del 2011.
In passato avevano assunto i panni dei difensori civili anche Yahoo! (che però è manchevole sugli altri parametri e prende solo 1 su 4), Amazon (2 su 4) e Google (3 su 4). Il colosso di Mountain View si distingue per avere una delle migliori policy, esplicita e garantista, per proteggere i dati personali.
E lo fa con diversi strumenti raccolti nella Google Transparency Report: dai dati sul traffico – che indicano eventuali disconnessioni forzate – al numero di contenuti pubblicati dagli utenti la cui legittimità è contestata di solito per motivi di copyright, ai report aggiornati sulle richieste governative e all'esito delle stesse. Si scopre così ad esempio che l'Italia è una dei teatri dove le domande governative di informazioni sugli utenti sono tante (934 nei primi sei mesi del 2011) e che del totale delle richieste il 40 per cento viene respinto al mittente. Stesse pratiche di pubblicazione delle richieste dati anche e stesso voto (3 su 4) per il servizio di disco virtuale Dropbox e per il social network professionale LinkedIn.

Male Apple, Microsoft, Facebook, Foursquare
- Non ottengono la sufficienza invece altri big come Apple e Microsoft – entrambi 1 su 4 – che l'unico punto lo prendono per far parte del Digital Due Process, una coalizione di aziende high-tech che promuove presso il Congresso Usa leggi che riconoscano i diritti degli utenti.
Malino anche Facebook (1,5 su 4), anche se rispetto all'anno scorso ha aggiunto tra i propri termini di servizio una policy chiara sul trattamento dati in caso di richieste da parte delle forze dell'ordine. Peggio di tutti (0 su 4) fanno MySpace, Foursquare, Skype che mancano sotto tutti i punti di vista. Particolarmente preoccupante per la EFF la posizione del social network di geolocalizzazione, data la rilevanza e la quantità sempre maggiore che i dati raccolti dai telefonini hanno per la privacy di ognuno e per le indagini giudiziarie. Per Foursquare però è il primo anno di giudizio e l'auspicio è che come Facebook dimostri in tempi brevi che le lacune nel rispetto dei parametri della EFF sono solo dimenticanze. Lo scopriremo con la classifica del prossimo anno.