di Federico Guerrini

Chi compriamo oggi? Il Risiko delle acquisizioni non è mai stato così alla moda in Silicon Valley. L'acquisto di Instagram da parte di Facebook è stato il colpo più clamoroso, per l'entità della somma – 1 miliardo di dollari – e la repentinità della decisione. Ma non certo l'unico. È di pochi giorni fa la notizia che LinkedIn, il social network per professionisti, ha incamerato Slideshare, il network delle presentazioni, suggellando così una sinergia già evidente nei fatti. Nel Web tricolore intanto ha fatto molto rumore l'acquisizione da parte di Facebook, sempre lui, di Glancee, una startup italo-canadese fondata dal veronese Andrea Vaccari. Insomma, al di là dell'Atlantico e al di qua delle Alpi il momento per le start-up pare propizio. Ma andiamo per ordine.

Avanti il prossimo.
In America, e non solo, dunque è scattata la caccia alla “next big thing”: quale sarà la prossima società a finire in prima pagina (anzi, in homepage) per un finanziamento o una compravendita milionaria? Molti puntano su Square, il servizio per pagare con carta di credito “strisciandola” sul cellulare o sul tablet, grazie a uno speciale adattatore. Un po' per il nome di uno dei fondatori, Jack Dorsey, una delle menti di Twitter, un po'  per i numeri: quest'anno Square ha gestito qualcosa come 5 miliardi di dollari in pagamenti e, dopo aver raccolto un finanziamento di 100 milioni di dollari lo scorso anno, a breve potrebbe ricevere altri 250 milioni da altri investitori. Un altro nome di sicuro richiamo per chi ha portafogli abbastanza rigonfi, è quello di Dropbox, il servizio di archiviazione di file sulla “nuvola” che può contare su più di 50 milioni di utenti, la maggior parte dei quali non paganti. Il futuro, si dice, non è del tutto roseo per questa startup fondata nel 2007 dallo studente del Mit Drew Houston: i concorrenti sono tanti e agguerriti, e l'ultimo di essi porta un nome altisonante, quello di Google, che ha appena lanciato un prodotto analogo ma meno costoso, Drive.
Altro nome papabile è Pinterest, diventato in meno in tre anni il terzo social network più trafficato (perlomeno, secondo alcune stime) dietro Facebook e Twitter; l'idea di una rete social basata sugli interessi, da appendere come post-it in bacheche virtuali, ha attecchito rapidamente, specie fra il pubblico femminile, che rappresenta l'85 % dell'utenza. Non è chiaro però quanto potrebbe valere la società, si mormora però più di un miliardo (di dollari).  

Nello stivale. Come si diceva, anche dalle nostre parti qualcosa si muove. Pur con le dovute differenze. Nel Belpaese infatti è più difficile creare startup “semilavorate” da rivendere al miglior offerente, per un semplice motivo: mancano gli acquirenti. Ed è anche per questo che gli imprenditori web nostrani guardano oltre-confine, ad un'audience internazionale. Per Glancee, dopo tutto, ha funzionato. Chi potrebbe seguire? Un caso un po' particolare è quello di Fan Page, prodotto editoriale della società Ciao People dell'imprenditore napoletano Gianluca Cozzolino; malgrado abbia solo due anni e mezzo, Fan Page fa numeri di tutto rispetto, con 600 mila visitatori quotidiani che leggono gli articoli del sito, cifre che la pongono come primo sito di informazione dopo le versioni online dei principali giornali nazionali. “Oggi la valutazione della nostra società si colloca attorno ai 10 milioni di euro – racconta a Sky.it Cozzolino che un anno fa ha rifiutato un'offerta secca di due milioni da parte di un potenziale acquirente”. “Sono convinto che ci siano ancora grandi margini di crescita e al momento non sono intenzionato a vendere – prosegue l'imprenditore – certo, se si presentasse Zuckerberg con un assegno miliardario...”. Promette bene anche Blomming, startup di social shopping di cui abbiamo scritto di recente, appena nominata dalla società di analisi di mercato Gartner fra i primi quattro “Cool Vendors” nel settore e-commerce 2012. Blomming nasce in ottica internazionale: la piattaforma, forte al momento di 5.000 negozi virtuali, è stata progettata in inglese e solo in seguito tradotta in italiano e spagnolo.

A caccia di angeli. Altri nomi nati al di qua delle Alpi: Spreaker, Stereomood, 4wMarketplace, Fubles. Le prime due società hanno a che fare con  la musica. Spreaker, fondata da un gruppo di ragazzi bolognesi consente a chiunque di creare una propria Web radio, con un proprio palinsesto, o di ascoltare le tracce altrui. Ha più di 400 mila utenti registrati e si sta espandendo sui mercati statunitense e latino americano. Nati e cresciuti in Italia, dopo un primo finanziamento di 250 mila euro e uno successivo da 1 milion e 100.000 dollari, hanno aperto di recente una sede a San Francisco in vista di un'ulteriore crescita. Stereomood ha invece un milione di visitatori unici mensili e un approccio diverso: taggare – catalogare – la musica ascoltata in base ai propri stati d'animo; un'idea originale, che ha attirato l'attenzione anche da parte della stampa d'oltreoceano e assicurato alla società un primo funding da 100 mila euro. 4WMarketplace è una piattaforma di vendita di spazi pubblicitari su Internet che può vantare partner prestigiosi come Rcs, Gruppo Espresso, La Stampa e altri. Nato nel 2008, è il primo e unico network italiano ad aver ricevuto da Facebook la certificazione come advertising provider che lo abilita alla gestione della vendita di pubblicità all’interno del social network.

A tutto calcetto. Tutt'altro discorso quello di Fubles, social network per gli amanti del calcetto fondato nel 2007 dagli italiani Mirko Trasciatti e Stefano Rodriguez. “Abbiamo raggiunto i 125.000 iscritti – racconta Trasciatti - e cresciamo del 10% al mese. Si sono giocate quasi 25 mila partite di calcio (vero) e si è cominciato a giocare anche all'estero in città come Madrid, Londra,Barcellona, New York. Non solo,  Apple Italia ha nominato quella di Fubles migliore app dell'anno dopo Instagram, e a breve ci apprestiamo al lancio dell'app Android in collaborazione con Samsung”. Nel marzo 2011 ha raccolto 300 mila euro di investimento da un gruppo di business angel e venture capitalist. Di startup promosse da italiani, in ogni caso ce ne sono a decine, e non è detto che quelle citate siano poi quelle che faranno davvero “il botto”. In fondo anche Glancee, fino a poco tempo fa, non la conosceva quasi nessuno.