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di Nicola Bruno

I nuovi termini di servizio per la privacy di Google sono stati introdotti lo scorso 1 Marzo. E, come capita ogni volta che un gigante del web va a toccare il tema della riservatezza online, anche questo cambiamento ha scatenato molte preoccupazioni tra gli utenti, così come tra le istituzioni più attente. Se il colosso di Mountain View si difende affermando che ha solo semplificato la gestione della privacy, unendo in un un’unica policy quelle che prima erano 60 diversi termini di servizio, dall’altra parte le autorità rilevano che le nuove regole sono “troppo vaghe” e in contrasto con le leggi europee. In tutto ciò è stato tutto un fiorire di servizi che promettono di controllare meglio i propri dati online e di consigli per navigare al riparo dall’occhio indiscreto di Google. L’azienda di Brin e Page, dal canto suo, continua a invogliare gli utenti a condividere sempre più informazioni online (grazie ad una rete di servizi che va dalla posta elettronica, ai social-network, i video, le mappe, i documenti, i sistemi operativi per cellulari) ma, allo stesso tempo, sta anche facendo molti passi in avanti sul fronte della trasparenza, mettendo a disposizione diversi strumenti di controllo dei dati personali di cui è in possesso.

Tutto quello che sa di te
- Quello che Google sa di noi è tanto. E non si tratta di un mistero neanche per gli utenti. Dopo le tante polemiche sulla privacy, Big G ha infatti lanciato una bacheca (Dashboard) per ogni account registrato, che permette di visualizzare in un colpo d’occhio quali sono i servizi attivati e il tipo di informazioni condivise: dagli ultimi messaggi di Gmail alla propria identità online, passando per la cronologia web, i video preferiti su YouTube e via dicendo. A scorrere la bacheca si ha subito l’impressione che Google conosca più cose sul nostro conto di quante effettivamente ne sappiamo noi. Ma d’altronde questo è il “prezzo” da pagare per ogni servizio che viene offerto gratuitamente online.

Gestione annunci
- Come, invece, il colosso californiano utilizzi questa mole di informazioni sul nostro conto è un po’ più complicato da capire. Google ha spiegato a più riprese che i nostri dati servono solo a offrire servizi migliori. E nei servizi bisogna includere anche gli annunci pubblicitari che incontriamo quando navighiamo online (Google controlla il 44% del mercato pubblicitario online). Per visualizzare quali informazioni sono associate al nostro profilo basta accedere alla sezione “Preferenze annunci” della bacheca. Nel caso di chi scrive, ad esempio, il colosso di Mountain View ha capito alla perfezione che si tratta di un “Maschio”, “tra i 25 e i 34 anni”, interessato ai seguenti argomenti: Lavoro e istruzione, Arti e intrattenimento, Musica sperimentale, Località del mondo (Europa mediterranea, Italia, Emilia-Romagna - gli ultimi dati identificano anche dove si vive). Queste informazioni sono in parte cedute volontariamente a Google al momento dell’iscrizione e in parte sono generate grazie ad un cookie associato al nostro browser, che - se non si naviga in maniera anonima - ci segue in tutti i nostri spostamenti per il web. Tutte i dati collegati al nostro profilo possono essere rimossi in via momentanea o permanente, senza per questo dover rinunciare ai servizi di Google. Verremo “puniti” solo ricevendo ancora più pubblicità (il 13% in più - dice Google) e per di più nemmeno di nostro interesse.

Pubblicità su Gmail
- Al di là delle informazioni relative alla navigazione o alle risorse preferite su YouTube e Google+ (che di fatto sono tendenzialmente pubbliche, come quelle di Facebook e Twitter), a infastidire di più gli utenti sono soprattutto gli annunci “contestuali” che compaiono accanto ai messaggi di posta elettronica: per ora sono “solo testo”, ma presto arriveranno anche sotto forma di immagini. Come gli altri colossi del settore (Hotmail di Microsoft e Yahoo Mail), anche Gmail legge (automaticamente e senza intervento umano) tutte le email che riceviamo per generare pubblicità profilata sui nostri interessi. Gli utenti che tengono a cuore la riservatezza della propria corrispondenza possono sempre decidere di rimuovere del tutto questa funzionalità dalla sezione “Preferenze annunci”. Ma questo non impedirà a Big G di conservare comunque tutti i nostri messaggi e contatti sui suoi server. E, come dimostrano i tanti casi di furto di dati (in seguito ad attacchi informatici o per semplice errore), nessuno può sentirsi completamente al sicuro. E’ per questo che, da un po’ di tempo a questa parte, si stanno facendo avanti alternative a Gmail, che puntano proprio sull’offerta di servizi privacy-centrici.

Webmail sicura
- Le più note alternative a Gmail sono PrivacyHarbor.com e Hushmail. Entrambi i servizi promettono caselle di posta elettronica più sicure rispetto a quella di Google, senza nessuna pubblicità e con la garanzia che tutti i messaggi verranno criptati (di modo che, in caso di furti di dati, non possano essere letti senza un’apposita chiave).
Per garantire il massimo di riservatezza, PrivacyHarbor non invia direttamente il messaggio al destinatario, ma solo un link: per leggere l’email bisogna poi collegarsi ai server sicuri della compagnia. E questo rallenta indubbiamente i tempi di ricezione e lettura dei messaggi, che non è in tempo reale come su Gmail. L’account gratuito può essere creato senza fornire molti dettagli sul proprio conto, ma si è limitati a 60 messaggi al mese. Se si vuole usare questo servizio per lavoro e non occasionalmente, bisogna quindi passare alla versione premium che costa dai 30 ai 50 dollari l’anno.
Il layout di Hushmail ricorda invece tanto quello di Gmail, anche se la sicurezza garantita è di gran lunga maggiore. Al momento dell’invio, ogni messaggio può essere criptato con una chiave di cui sono a conoscenza solo il mittente e il destinatario. In questo modo si può stare certi che le proprie email non verranno lette nemmeno dai gestori del servizio. Anche con Hushmail, comunque, la versione gratuita offre uno spazio ridotto; per aggiungere ulteriori funzionalità bisogna sottoscrivere la versione a pagamento che va dai 35 ai 50 dollari all’anno. Il prezzo della nostra privacy sulla posta elettronica è quindi di circa 10 centesimi al giorno, un costo sicuramente accessibile ai più. Quello a cui difficilmente ci si potrà abituare è invece il cambiamento di mentalità e di abitudini a cui ci obbligano questi servizi più sicuri. Fuggire da Gmail (e lo stesso discorso vale anche per Hotmail e Yahoo Mail) vuol dire anche rinunciare a comunicare in maniera veloce e su più canali (via email, chat, Google+) con i contatti che col tempo abbiamo costruito su questi network. E questo, forse, è ancora più difficile da accettare delle tante preoccupazioni per la privacy.