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di Andrea Pira

Per rispondere alle critiche sull'inadeguatezza delle condizioni lavorative degli operai impiegati nella propria catena produttiva, la Apple ha deciso di pubblicare l'elenco (disponibile qui in PDF) dei propri fornitori.

IL REPORT - Una lista di 156 nomi che, sebbene non completa, include il 97 per cento delle aziende che lavorano per Cupertino. Tra queste grandi nomi come Intel o Nyidia, entrambe produttrici di chip, o ancora Samsung Electronic, Toshiba, Panasonic, Sony, fino ad arrivare a realtà meno note come la Zeniya Alluminum, la Ji Li Molud Manifacturing, la Unisteel Technology.

Nell'elenco figura anche la Hon Hai, l'azienda taiwanese più conosciuta come Foxconn (Guarda la Gallery), il cui nome è legato a una serie di suicidi o tentati suicidi che hanno coinvolto almeno 18 dipendenti, negli stabilimenti cinesi dove sono assemblati l'Ipod e l'Ipad e i cui impianti sono stati teatro di almeno due esplosioni che hanno provocato quattro morti e oltre settanta feriti.
Una situazione che continua a rimanere tesa, tanto che solo all'inizio di gennaio si è verificata una nuova protesta contro il trasferimento a un'altra linea di produzione.
Almeno 150 dipendenti hanno minacciato di gettarsi dal tetto di un impianto a Wuhan, nella Cina centrale, dove tuttavia la Apple, prima azienda tecnologica ad aderire alla Fair Labour Association (Ong che lavora per il rispetto dei diritti umani sui luoghi di lavoro), non ha niente a che fare.

PUNTI OSCURI
- Foxconn a parte, sui cui stabilimenti la società orfana di Steve Jobs aprirà un'indagine, e nonostante i propositi di Apple per monitorare e migliorare le condizioni di lavoro soprattutto nei Paesi asiatici come Malesia e Singapore, sfogliando il rapporto sulle Responsabilità sociali diffuso venerdì, rimangono molti punti oscuri.

I casi di lavoro minorile riscontrati in almeno 5 impianti sono stati 19, in diminuzione rispetto ai 91 dell'anno prima. Un calo dovuto soprattutto al maggior numero di ispezioni, ma comunque più alto rispetto agli 11 del 2009. Sul fronte dell'orario di lavoro, soltanto il 38 per cento dei fornitori rispetta il limite delle 60 ore settimanali fissato da Cupertino.

“Il punto non è tanto quanto le aziende rispettino gli standard Apple”, si legge tuttavia in un analisi del China Labour Bulletin (organizzazione che difende i diritti dei lavoratori in Cina), “ma quanto rispettino le leggi del Paese in cui operano”.
L'organizzazione di Hong Kong snocciola alcune cifre. Le leggi cinesi fissano il tempo di lavoro in 40 ore settimanali, cui possono aggiungersi 36 ore di straordinari al mese, ovvero 9 alla settimana. Il totale è quindi di 49 ore settimanali. Undici in meno del limite stabilito dalla Mela.
Inoltre, “la Apple continua a non specificare quali aziende commettono le violazioni”, continua Geoffrey Crothall del CLB, “Il rapporto sarebbe molto più utile se mettesse in relazione il comportamento delle società con le leggi dei singoli Paesi”.

IMPATTO AMBIENTALE - Sul fronte dell'impatto ambientale lo scorso settembre i fornitori della Apple sono finiti nel mirino delle organizzazioni verdi cinesi per il rilascio di sostanze tossiche nell'aria e nei fiumi, causa dell'alta percentuale di casi di cancro tra la popolazione.
Come notano i critici, nel rapporto mancano informazioni sull'esatta localizzazione degli impianti o sono omessi alcuni nomi, come nel caso della Kaedar Electronic,tra le aziende sotto accusa per la questione inquinamento, perché sussidiaria di una società più grande, la Pegatron.
“Molte società hanno il loro momento Nike”, ha detto a Bloomberg il presidente della Fair Labour Association, Auret van Heerden in riferimento alla scelta del gruppo di abbigliamento sportivo di unirsi all'associazione dopo le denunce sugli abusi e le violazioni nelle fabbriche asiatiche negli anni Novanta, “Capiscono quanto sia difficile mantenere alti standard in un mercato globale”.