di Raffaele Mastrolonardo

Acquisizioni clamorose, collocamenti in borsa e un boom di investimenti da parte di privati. I segnali di una rinnovata euforia nell'industria Internet ci sono tutti. E con questi pure le preoccupazioni di una nuova bolla del settore, dopo quella scoppiata nel 1999. Ha cominciato ad avere dei dubbi pure il settimanale inglese The Economist che ha deciso di vestire i panni di Cassandra e nel numero attualmente in edicola presenta una copertina dal titolo chiarissimo: The new tech bubble.

L'ultimo e più importante segnale di questa tendenza è stato, ovviamente, l'acquisto del servizio di telefonia via Internet Skype da parte di Microsoft. 8,5 miliardi di dollari il prezzo dell'affare, che per entità della cifra e ricezione da parte di alcuni media ha fatto pronunciare la parola “bolla” a più di un osservatore.
Secondo parecchi commentatori , infatti, sia la cifra sborsata dalla società di Bill Gates sia le prospettive strategiche di questa mossa lasciano un po' a desiderare e sono dettate, come ai tempi delle prime dot.com, più da speranze che da lucide analisi di mercato (anche se non manca qualche voce discordante).

Ma la decisione di Steve Ballmer di inglobare Skype – società già acquisita nel 2007 da eBay che l'ha poi svalutata nel 2007 e poi rivenduta a vari investitori nel 2009 – non è l'unico elemento che ha fatto drizzare le orecchie di chi teme un ritorno del passato. A far sospettare un rischioso parallelo tra ieri e oggi ci sono anche nuovi collocamenti in borsa e le conseguenti, positive, reazioni dei mercati che 12 anni fa coglievano a braccia aperte qualsiasi nuovo arrivato. Imminente, per esempio, è la discesa in borsa di LinkedIn, il social network professionale, che ha già rivisto al rialzo (30 %) il prezzo a cui collocherà le azioni. Altri protagonisti della scena tecnologica americana come Groupon, che vende buoni acquisto online, non sarebbero lontani dal grande passo così come sembra irrefrenabile l'entusiasmo della Silicon Valley per le aziende web cinesi. Circa 11 miliardi di capitali di ventura, secondo l'Economist, sono andati in imprese Internet made in China, mentre sul mercato azionario vanno forte i titoli delle società   cinesi che fanno business online quotate negli Stati Uniti: tra queste il motore di ricerca Baidu, il portale di ecommerce Alibaba e il social network Renren. Insomma, se bolla sarà, suggeriscono alcuni questa volta sarà ancora più globale.

Ma non è finita qui. Quelli che vedono nero aggiungono a questi indicatori di possibile eccessiva euforia anche le valutazioni stratosferiche a cui sono arrivate alcune star del Web come Facebook o Twitter. Nei mercati privati, in cui si scambiano quote di azioni non ancora in borsa, la valutazione del social network di Mark Zuckerberg avrebbe raggiunto gli 80 miliardi di dollari. E anche il  recente rallentamento delle vendite di azioni da parte di impiegati di queste aziende viene letto come un possibile segnale che la discesa a Wall Street potrebbe essere più vicina. Proprio i mercati privati, dove agiscono, sempre di più gli “angeli custodi”, individui o gruppi di individui danarosi che investono per lo più in piccole start-up, costituiscono secondo, l'Economist il luogo in cui si sta formando la nuova bolla.

Ma bastano tutti questi elementi per far temere il peggio? Dipende dai punti di vista. Quelli che preferiscono gettare acqua sul fuoco ricordano che non tutte le acquisizioni del settore sono state irrazionali e fallimentari, come dimostrano per esempio i casi di Google e YouTube o Facebook e Friendfeed. Allo stesso tempo, si fa notare, le aziende che oggi si stanno quotando in borsa o hanno in animo di farlo hanno fondamentali più solidi della loro cugine di una decade addietro. Infine, come afferma lo stesso Economist, a differenza di allora l'inflazione dei prezzi delle aziende Internet non sta contagiando il settore delle telecomunicazioni. Dunque le conseguenze di un eventuale scoppio della bolla dovrebbero essere più contenute. E questa, in tanto pessimismo, è una buona notizia.