di Gabriele De Palma

Tra i relatori di prestigio che in questi giorni hanno partecipato al Public Camp di Bari (inserito nel Festival Innovazione Puglia), Viktor Mayer-Schonberger, professore dell'università di Oxford ed esperto di internet governance, è quello che vanta una maggiore dimestichezza coi temi della privacy.
Facebook e Google stanno spostando i confini della riservatezza delle informazioni pubblicate più o meno consapevolmente dagli utenti: problemi che Schonberger ha affrontato brillantemente nel suo ultimo libro Delete – Il diritto all'oblio nell'era digitale.

Nel suo ultimo libro cita alcuni casi in cui la pubblicazione su social network di informazioni personali si è ritorta contro gli utenti. Per il fondatore di Facebook, Marc Zuckerberg, le nuove generazioni stanno ridefinendo i confini della privacy. E' d'accordo?
Molti osservatori ed esperti ritengono che per i digital native (chi è nato nell'era digitale, ndr) la questione della privacy non sia rilevante, ma non è affatto vero. I sondaggi recenti indicano chiaramente che anche loro hanno le stesse esigenze di riservatezza ma tendono a considerare i social network come strumenti equiparabili alla cultura orale, in cui poco resta, anziché a quella scritta, in cui tutto resta. Danno cioè per scontato il fatto che le informazioni che pubblicano vengano cancellate dalla memoria come accade alle parole. Quando però realizzano che non è così, e che Facebook non è assimilabile alla cultura orale, diventano molto più cauti.

C'è un tacito accordo tra chi eroga un servizio e chi ne fruisce: noi ti diamo uno strumento gratuito, tu in cambio ci dai i tuoi dati. Crede che tutti gli utenti siano consapevoli di questo accordo?

L'accordo è tacito o esplicito ma sommerso da fiumi di parole. Un numero sorprendentemente alto di utenti sta però progressivamente prestando più attenzione ai termini di servizio, ora siamo più o meno 50% di utenti che leggono i lunghissimi contratti. Questo significa che se sei un service provider nuovo devi prestare molto attenzione alle tue policy, e se sei un service provider affermato devi pensare di modificarle.

Quali strumenti hanno gli utenti per evitare che la loro riservatezza venga messa a rischio? Finiranno per passare a servizi come Diaspora?
Diaspora è un ottimo strumento, non tanto per l'apertura del codice ma proprio per la garanzia che dà agli utenti di possedere i propri dati anziché regalarli agli Isp. Credo che anche i grandi social network come Facebook possano fare molto per migliorare la situazione, diventando uno strumento assimilabile alla comunicazione orale, e cancellando i contenuti dopo poco tempo. Se i social network più diffusi non si muoveranno in questa direzione credo perderanno utenti. Sia ben chiaro: gli utenti vogliono continuare a usare i social network e il web ma non hanno intenzione di mettere a repentaglio la propria riservatezza e la propria sicurezza.

La commissaria europea Viviane Reding ha recentemente proposto una nuova direttiva per tutelare la privacy online, Obama ha annunciato di voler istituire una figura istituzionale per vigilare sui dati personali: lei come valuta queste proposte?

La direttiva europea sulla privacy vigente è stata concepita in un'altra era, quando c'erano già i computer ma internet non era ancora uno strumento di comunicazione di massa, quindi va aggiornata. La proposta della Reding nei principi è identica a quella che ho proposto nei miei libri, ma prima di giudicarla bisogna aspettare che la Reding scenda nei dettagli dell'implementazione. Per ora è lodevole nelle linee generali ma praticamente non giudicabile. Obama ha avuto una buona idea che colma però un ritardo di 30 anni, negli Usa infatti non esiste un'attenzione ai dati degli utenti paragonabile a quella europea. Vanno segnalate e promosse le recenti linee guida sancite dai Paesi dell'Ocse a Gerusalemme che mi sembra vadano nella giusta direzione. Speriamo che vengano seguite.