Emigrazione, quanto ci costa il divario tra Nord e Sud
Negli ultimi dieci anni mezzo milione di giovani meridionali è "fuggito" al Nord. In "Ma il cielo è sempre più su?" (Castelvecchi), Bianchi e Provenzano analizzzano i costi sociali di una fuga che stenta ad arrestarsi. Leggi uno stralcio del saggio
I «partiti dal Sud», sarebbe allora il caso di chiamarli.
Come
una volta, peggio di una volta. Il volo low cost al posto dei
treni del sole. O meglio, insieme ai treni del sole. La ripresa
del flusso migratorio interno presenta caratteri del tutto peculiari,
per molti versi lontani dalla miseria dei fenomeni di
un tempo, per altri persino peggiori.
Il Sud è cambiato, ma meno di quanto sia cambiato il resto
del Paese. Al divario nell’industrializzazione si sommano ora
le differenze di un’economia dei servizi e della conoscenza.
Sono i mutamenti nel livello e nella qualità dello sviluppo nelle
due aree a determinare le differenze tra nuove e vecchie migrazioni.
L’esodo dal Sud, negli ultimi anni, ha riguardato la parte
importante di una generazione che ha goduto, come vedremo
nel prossimo capitolo, di alti livelli di istruzione. L’età media
dei migranti dal Mezzogiorno è stata nel 2008 di 31,1 anni:
dai 34,8 anni dell’Abruzzo ai 30,5 della Campania, segno che
la «precocità » dell’emigrazione dipende dalle condizioni economiche
e sociali.
La percentuale di laureati sul totale dei migranti
è aumentata nel quadriennio 2002-2006 e in alcune regioni
(Sardegna, Sicilia e Puglia) è quasi raddoppiata.
Le perdite di popolazione più consistenti sono concentrate
nelle giovani classi anagrafiche in età lavorativa: tra i 25-29
e i 30-34 anni il saldo negativo annuo, in termini assoluti, è
stato rispettivamente di 15mila e di 12mila giovani.
Risulta
decisamente ridotto il peso dei più giovani e degli ultraquarantenni,
quelle componenti che in sostanza avevano alimentato
le migrazioni di massa degli anni Cinquanta e Sessanta.
Forse il dato che la dice più lunga sulle trasformazioni
della nostra società (al Sud, oltre che al Nord) è la presenza
femminile, che rappresenta quasi la metà del totale dei migranti,
e che in alcune regioni costituisce ormai la maggioranza.
I bambini vanno via con i genitori, tra i 0-4 anni il Sud
ne perde ogni anno circa duemila, e solo tra i 55-69 anni si registra
un saldo leggermente positivo, quando con l’approssimarsi
dell’età della pensione diventano più consistenti i rientri
nelle regioni d’origine.
Dunque, vanno via soprattutto le
classi anagrafiche in età riproduttiva, e tutto questo, come vedremo
più avanti, rischia di condurre in un tempo non troppo
lungo al declino demografico.
La pervasività spaziale dell’emigrazione meridionale è ancora
forte, soprattutto considerato il fatto che non interessa
prevalentemente, come un tempo, le aree rurali, ma assume
una forte connotazione urbana.
Nel 2006, le perdite migratorie
nette in valore assoluto più consistenti si registravano nelle
aree metropolitane di Napoli (quasi 10mila persone), Palermo
(2.700), Bari (quasi 2.000), e nelle aree urbane di Caserta
(oltre 1.300) e Salerno (1.200).
D’altra parte, i guadagni
delle migrazioni dal Sud si rilevavano per i grandi sistemi urbani
del Centro-Nord, quali Roma (quasi 7.000 persone), Milano
(oltre 4.000), Bologna (3.500), Modena (circa 1.300) e Firenze
(oltre 1.000).
I grandi numeri dell’emigrazione li fanno le città , ma in alcuni
piccoli comuni del profondo Sud lo spopolamento raggiunge
i livelli più alti dal dopoguerra. L’impatto delle migrazioni
sulla popolazione risulta particolarmente preoccupante
in molti sistemi locali della Calabria (che superano il 4,6%
di perdite) e della Sicilia, dove a Riesi, in provincia di Caltanissetta,
si raggiunge la vetta del -9,3%: una vera e propria decimazione.
Luca Bianchi 41 anni, sposato, due figli. È vicedirettore della SVIMEZ. Dal 2006 al 2008 è stato consulente per il Mezzogiorno del Ministero per lo Sviluppo Economico. Tra le sue pubblicazioni scientifiche, numerosi articoli e saggi sulla condizione giovanile, sul lavoro sommerso e sulla scuola al Sud. È editorialista del «Corriere del Mezzogiorno».
Giuseppe Provenzano 27 anni, siciliano. È dottorando di ricerca in diritto presso la Scuola Superiore di Studi Universitari e di Perfezionamento «Sant’Anna» di Pisa. Ha studiato a Barcellona e a Londra. Si occupa di integrazione europea, federalismo e questione meridionale. Attualmente collabora con la SVIMEZ. È opinionista de «l’Unità ».