di Gabriele De Palma

Economia ed ecologia fanno rima. Questo in estrema sintesi il risultato del report annuale sull'industria delle energie rinnovabili presentato dal WWF al Summit Rio+20 appena conclusosi.
Uno studio che tiene in considerazione solo l'aspetto economico di un settore in forte crescita e che presto sarà equivalente per valore a quello del petrolio e dei gas naturali. Già oggi il volume di affari generato dalla produzione di tecnologie 'pulite' è ingente: 200 miliardi di euro, il doppio rispetto al 2008. E la fetta più grossa di questo mercato se l'è accaparrata la Cina (che da sola vende tecnologie 'green' per 59 miliardi di euro l'anno), con gli Stati Uniti che crescono – anche se meno dei cinesi – e l'Unione europea che invece vede contrarsi la produzione e le vendite (le resta la leadership nel solo ambito dell'eolico).

Primi della classe - Il report ha raccolto i dati relativi a quattro sotto settori: il fotovoltaico, le biomasse, l'eolico e l'efficientamento energetico. I numeri sono stati poi ordinati sia in termini assoluti che relativi all'incidenza che le cleantech hanno sul Prodotto Interno Lordo.
La classifica assoluta vede in netto vantaggio la Cina, davanti a Stati Uniti, Germania e Giappone; in quella relativa primeggia invece la Danimarca che mette in fila Cina, Germania e Brasile. A Pechino, però, hanno fatto registrare progressi sconosciuti altrove, con una crescita di fatturato rispetto al 2010 del 29 per cento in termini assoluti e del 19 rispetto al Pil (oggi il cleantech rappresenta l'1,7 per cento del Pil nazionale, contro lo 0,4 europeo e lo 0,3 per cento degli Usa). Le politiche dettate dal partito e soprattutto la facilità per le aziende locali di avere finanziamenti governativi agevolati rispetto a Europa e Stati Uniti, spiegano la differenza tra la Cina e il resto del mondo. Negli Usa il ruolo del finanziatore lo interpretano invece gli investimenti privati del Venture Capital.

Dietro la lavagna verde – Il vecchio continente non sta approfittando delle opportunità che la produzione di tecnologie per le energie rinnovabili offrono. Tra il 2010 e il 2011 il mercato è calato da 50 a 47 miliardi di euro. Tra i singoli Paesi dell'Ue chi ha perso di più è la Francia (-30 per cento), l'Olanda (-14 per cento) e la Spagna (meno 9). Grazie agli sforzi compiuti negli anni scorsi profusi da Germania e Danimarca, l'Europa mantiene ottime performance per l'eolico. Per il resto lo scenario è pessimo, con la sola Lituania che ha incrementato la percentuale del valore delle cleantech rispetto al Pil del 33 per cento in dodici mesi. L'Italia, passata dal dodicesimo al tredicesimo posto nella classifica assoluta, scompare dalle prime 25 posizioni in quella relativa. La speranza è che i decreti e gli incentivi ordinati dal governo nelle settimane scorse riescano a ribaltare la tendenza negativa.

Europa dopo il 2020 – Il problema però è più facile risolverlo a livello comunitario – il che risulta evidente anche dalle conclusioni tratte dal WWF – e per questo la Commissione europea sta cercando il consenso da parte dei Paesi membri per un accordo sulle misure da adottare una volta che sarà terminato l'effetto della direttiva Euro 2020 che prevede la riduzione delle emissioni di CO2 del 20 per cento e l'aumento (sempre del 20 per cento) dell'efficienza energetica e dei consumi derivati da fonti rinnovabili. Il tentativo di stabilire linee guida che segnino la strada da percorrere fino al 2030  o al 2050 è ostacolato dalle ritrosie di alcuni. Ma una soluzione andrà trovata in tempi rapidi per evitare che oltre al danno ambientale si aggiunga anche quello economico. D'altronde anche il nome in codice scelto dalla Commissione per le linee guida da seguire fino al 2030 è in tal senso esplicito: 'No Regrets', l'invito è a non avere nessun rimpianto tra venti anni.