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di Isabella Fantigrossi

A Cassinetta di Lugagnano, in provincia di Milano, non si costruisce più nulla. Si può solo ristrutturare edifici esistenti. Il sindaco Domenica Finiguerra ha deciso qualche anno fa di bloccare il vecchio piano regolatore che prevedeva nuove lottizzazioni e si è impegnato a fermare il consumo di territorio agricolo intorno all’abitato esistente. I cittadini non si sono inferociti. Anzi, hanno riconfermato Finiguerra per un secondo mandato. E ora Cassinetta è il primo paese italiano "a cemento zero". Un episodio isolato? No, perché Cassinetta è solo uno dei 60 municipi parte della rete dei Comuni virtuosi, un’associazione nata sulla spinta di alcuni amministratori con il pallino delle buone pratiche che nel 2005 si sono messi in testa di condividere i loro progetti, già sperimentati e funzionanti, di sostenibilità ambientale. Così oggi tutti i comuni soci copiano ciascuno le iniziative dell’altro e la rete è diventata una sorta di banca dati di azioni utili a tutelare ambiente e territorio.

Partire dalla comunità - "L’associazione è nata nel maggio 2005", racconta Marco Boschini, assessore all’Ambiente di Colorno, in provincia di Parma, "su iniziativa del mio Comune, di Melpignano, in provincia di Lecce, di Monsano, in provincia di Ancona e di Vezzano Ligure, La Spezia. L’incontro tra me e gli altri amministratori è stato casuale: ci siamo ritrovati a un convegno organizzato da Jacopo Fo e lì abbiamo scoperto che tutti e quattro stavamo portando avanti alcuni progetti di sostenibilità ambientale, pensando in realtà di essere gli unici in Italia", spiega Boschini, il coordinatore nazionale della rete. A Colorno l’amministrazione aveva appena lanciato una campagna per la diffusione dei riduttori di flusso per il risparmio dell’acqua nelle abitazioni private. Monsano stava convertendo i mezzi comunali al biodiesel, Vezzano aveva adottato un regolamento urbanistico che introduceva i criteri della bioedilizia, mentre Melpignano grazie al sistema del porta a porta aveva appena raggiunto nel 2005 il 75% di raccolta differenziata. "Progetti molto diversi l’uno dall’altro ma tutti accomunati dall’idea che si debba partire dagli enti locali per ridurre l’impatto ecologico dei singoli cittadini. E allora ci siamo detti: perché quello che di buono ha già fatto Monsano non lo possono fare anche gli altri tre comuni e viceversa?". Così è stato fatto e così è nata la rete dei Comuni virtuosi: "L’idea è proprio quella di mettere a disposizione dei soci le esperienze concrete già realizzate e gli strumenti operativi per poterle replicare negli altri comuni".

I requisiti della rete - Come fare dunque per entrare a far parte di Comuni virtuosi? "L’amministrazione deve aver sviluppato qualche progetto almeno in uno di questi cinque settori: gestione del territorio, impronta ecologica della macchina comunale, rifiuti, mobilità sostenibile e nuovi stili di vita", racconta Boschini. "Vuol dire, per esempio, che il Comune deve aver scelto la cementificazione zero, come a Cassinetta, deve aver raggiunto una certa percentuale di raccolta differenziata, come Ponte nelle Alpi (Belluno) che ha toccato la punta del 90%, oppure deve aver messo in campo qualche strategia per evitare il più possibile ai cittadini l’uso di auto private (come il car sharing o il car pooling). A quel punto il nostro comitato direttivo valuta se il Comune ha le carte in regola e, in tal caso, il nuovo socio si impegna a condividere le proprie buone prassi. In più ogni due anni è tenuto a fare il punto della situazione per verificare la prosecuzione dei progetti intrapresi". E l’impegno, assicura Boschini, deve esserci davvero: "Nel 2011 il comitato direttivo ha espulso il comune fondatore di Vezzano perché la nuova amministrazione aveva deciso di fare altre scelte rispetto alla precedente".

Nessuna grande città: "E' mancata volontà politica" - I Comuni iscritti hanno di media tra i cinque e i diecimila abitanti. Sono presenti microcomunità come Villaverde, in provincia di Oristano, che conta 300 anime, ma anche enti da 50mila persone come Capannori, in provincia di Lucca. "Perché non ci sono grandi città? Ancora oggi evidentemente non esiste alcun Comune di una certa dimensione in grado di soddisfare i criteri della rete", dice Marco Boschini. "Questo però non significa che una grande città non sia in grado di intraprendere certi progetti. Anzi, per i grandi sarebbe anche più facile. Un grosso Comune ha a disposizione risorse economiche e di personale che noi non ci sogniamo neanche. Per i piccoli è molto più difficile affiancare alla gestione della macchina quotidiana l’organizzazione di azioni di sostenibilità ambientale. Perciò, se in Italia le grandi città fanno poco, sono convinto sia colpa della mancata volontà politica degli amministratori". Quella stessa volontà politica che è mancata anche ai governi centrali: "La nostra rete è nata dal basso e questa è la sua forza", racconta Marco Boschini. "Ci piacerebbe però che ci fossero leggi nazionali che facilitino e premino le azioni dei Comuni virtuosi. Se oggi per esempio un sindaco vuole tutelare il proprio territorio fa molto più fatica di quello che decide invece di trasformare una zona agricola in una edificabile perché grazie a questa scelta introita gli oneri di urbanizzazione che gli consentono di tenere in piedi il bilancio. Ecco, di buone pratiche noi ne abbiamo già realizzate e catalogate molte ma sentiamo l’esigenza che un Governo, di qualsiasi colore politico, le valorizzi".