di Antonio Leotti

Con questi pensieri nella testa me ne andavo nell’estate del 2010 al bar della piazza. Avevo venduto il raccolto di favino da foraggio il pomeriggio: ero furente per i tredici euro a quintale che avevo dovuto accettare.
Due chiacchiere prima di andare a letto ci volevano, mi avrebbero calmato. Non ricordo come fu, ma gli amici cominciarono a parlare della crisi economica, che gli esilaranti ministri del nostro governo dichiaravano già passata.
Io mi scaldo in un attimo, non resisto, intervengo, prendo la parola, ho voglia di testimoniare con tutto il disappunto di cui sono capace la mia frustrazione, la rassegnazione e la rabbia, dichiaro che voglio presentarmi dimissionario davanti alla famiglia, spero anzi di convincerli a vendere anche se non sarebbe il momento giusto (finiremo come in Patagonia dove la terra costava un dollaro all’ettaro?).

Tutti d’accordo con me. Alla fine della serata mi avvicina mio cugino Marco (ecco un altro Marco, importante e decisivo come e più degli altri). Conduce l’azienda di famiglia, ben più grande della nostra. È un uomo di buon senso, esperto, intelligente. È d’accordo su tutto quello che ho detto, ciononostante mi consiglia di non mollare.
Dieci anni fa Marco prese la decisione di convertire l’azienda al regime biologico. Ci avevo pensato anch’io, ma ero stato scoraggiato, mi avevano fatto osservare che l’azienda era troppo piccola per sopportare i tre anni di conversione (l’intervallo di tempo necessario alla bonifica dei terreni). Persino la mia associazione di categoria mi aveva sconsigliato.
La parte burocratica, poi, mi era stata prospettata come un autentico inferno. Marco però è subito convincente. Intanto mi dà ragione su un punto: meglio chiudere che andare avanti con l’agricoltura convenzionale.
I condizionamenti imposti dal monopolio, rappresentato dalle industrie chimiche e dai soggetti che compongono la rete di vendita dei loro prodotti, fenomeno che ho scoperto tardivamente e di cui mi sono lamentato per tutta la sera, stanno complicando terribilmente (anche in questo caso, senza nessuna lungimiranza, anzi, con autolesionistica cecità, mi sembra) l’esistenza delle aziende.

Mi fa notare che i venditori canonici di questi prodotti trattano solo sementi che hanno bisogno di un cospicuo apporto di concimi puntando su una rotazione colturale fatta di poche specie, sempre le stesse.
L’agricoltura biologica recupera invece l’antico assetto, quello che è durato per secoli, per intenderci, ispirato alla più larga varietà colturale. Si torna a seminare ogni specie possibile.
Si divide l’azienda in appezzamenti più piccoli, si provano anche nuove coltivazioni. E soprattutto si torna a produrre sementi, senza dover più dipendere dai monopoli di mercato. “Poi, se vuoi tutta la verità”, dice Marco, “ci si diverte anche un po’.” Parliamo per un’oretta. Più che sufficiente a convincermi.
È l’ultima spiaggia, mi rendo conto, ma l’idea di reagire, di cercare una via d’uscita è irresistibile. Sarà un colpo di coda, l’inizio della fine, il prolungamento di un’agonia, ma bisogna provare, su questo non ho dubbi. Ancora una volta i miei (bontà loro) sono contenti, mi incoraggiano, sento la loro fiducia. Soprattutto mio fratello Andrea considera il passaggio al biologico una fortuna per l’agriturismo, potremo vendere i nostri prodotti ai clienti, farro, legumi, olio, insomma, una chance in più.

Passo il mese di agosto a produrre documenti sotto la guida dell’agronomo che mi seguirà nel passaggio dal convenzionale al biologico (lo stesso che ha seguito la conversione dell’azienda di Marco). A settembre vengono gli ispettori per la prima visita all’azienda (ogni azienda che aderisce al regime biologico è sottoposta alla verifica di un organismo di controllo riconosciuto dallo stato). Devono controllare i confini, essere sicuri che non ci siano adiacenze pericolose (aziende convenzionali che usano concimi chimici, diserbi o altri prodotti non consentiti dal regime biologico o strade a grande percorrenza o stabilimenti industriali a rischio ambientale). Giriamo una mattina intera.

Sono scrupolosi e la cosa mi fa molto piacere. Non mi sento affatto sotto esame. So che l’azienda è perfettamente compatibile con i dettami e i regolamenti dell’agricoltura biologica. Gli ispettori, infatti, giungono alla stessa conclusione: promossi, possiamo cominciare la conversione. Dove l’anno scorso c’erano le fave, seminiamo il farro, un cereale che cresce anche in terreni poveri e, soprattutto, non richiede l’uso di concimi. Dove l’anno scorso c’era il grano, seminiamo il favino da foraggio (che servirà anche alla concimazione azotata degli oliveti mediante sovescio), teniamo circa dieci ettari liberi per seminare, in primavera, un po’ di prato selezionato per la produzione di fieno e di seme. Il mio consulente prospetta, per gli anni a venire, colture che, forse perché mi piace mangiare, mi entusiasmano: ceci, lenticchie, fagioli, orzo. Nonostante l’incredibile incremento di lavoro burocratico, devo dar ragione al cugino Marco: ci si diverte di più. Fin dall’inizio questa fioritura di nuove possibilità è confortante e stimolante. La scelta del biologico, dunque, scaturisce, almeno nel mio caso, soprattutto da un’esigenza economica. L’aspetto ecologico, che pure ha una sua suprema importanza, è stato, nel momento della scelta, secondario.
© 2011 Fandango Libri s.r.l.

Tratto da Antonio Leotti, Il mesitere più antico del mondo, Fandango, pp.138, euro 14

Antonio Leotti è nato a Roma nel 1958, ha lavorato per la televisione e per il cinema come sceneggiatore. Tra le sue sceneggiature: Radiofreccia (1998), Il partigiano Johnny (2000), L’orizzonte degli eventi (2005), Matrimoni e altri disastri (2010), Vallanzasca,gli angeli del male (2011). Per la Fandango ha pubblicato il romanzo Il giorno del settimo cielo (2007). Dal 1994 conduce l’azienda agricola di famiglia.