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Tempi duri per gli automobilisti: benzina record e scioperi

di Isabella Fantigrossi

La tecnologia italiana manda in soffitta i carburanti fossili. Con un investimento di 120 milioni di euro in ricerca e dopo una sperimentazione durata cinque anni, la Mossi&Ghisolfi, multinazionale della chimica di Tortona (Alessandria), accenderà nel 2012 il più grande impianto di bioetanolo di seconda generazione al mondo.
"Il bioetanolo, che altro non è se non alcool purificato di origine vegetale", spiega Paolo Chiesa, docente del Dipartimento di Energia del Politecnico di Milano, "è utilizzato come combustibile al posto della benzina", in qualsiasi automobile in miscela con quella tradizionale - in percentuale fino al 20% - oppure come soluzione unica nei motori flex, quelli adatti a ogni carburante. "E’ più ecologico dei carburanti tradizionali se si guarda alla quantità di anidride carbonica immessa in atmosfera al momento della combustione", dice il professor Chiesa. "Bruciando benzina si immette una quantità nuova di Co2 nell’aria. Nel caso del bioetanolo, invece, si produce più o meno la stessa Co2 che si era assorbita coltivando prima il vegetale da cui deriva la benzina bio. Quindi, alla fine, la quantità di nuova anidride carbonica prodotta utilizzando un'auto a bioetanolo è più o meno pari a zero".

Complice dunque il prezzo sempre più alto del petrolio, l’industria petrolchimica piemontese si è convertita alla chimica verde. Con una novità. Mentre fino a oggi le materie prime utilizzate per ottenere bioetanolo erano esclusivamente mais o canna da zucchero - un sistema su cui pesavano le proteste degli ecologisti che si opponevano alla realizzazione di carburanti da prodotti alimentari - ora la tecnologia messa a punto dalla Mossi&Ghisolfi, che produrrà ogni anno a Crescentino (Vercelli) 40mila tonnellate di carburante, consente di ottenere benzina vegetale dagli scarti agricoli, come la paglia, e dalla comune canna di fosso, la Arundo Donax, disponibile in quantità nel territorio vercellese. "Secondo i nostri calcoli - ha spiegato Michelle Marrone, ingegnere del gruppo Mossi&Ghisolfi - al momento si utilizza solo l'1% delle risorse disponibili in questo campo. Quindi con un uso estensivo e con i motori adatti che già esistono sul mercato ma che in Italia non ci sono, si potrebbero sostituire tutti i carburanti fossili senza interferire con i cicli produttivi dell'agricoltura". Mentre la produzione di mais per fare carburante è poco ecologica, il sistema di seconda generazione, invece, è più sostenibile perché "la paglia di scarto non costa niente – spiega Paolo Chiesa – e la coltivazione di canna da fosso richiede pochissima lavorazione e quindi ha un costo energetico molto basso".

Con l’impianto di bioetanolo di Crescentino, la Mossi&Ghisolfi, già leader mondiale nella produzione di polietilene per realizzare le bottiglie di plastica, consegna all’Italia la leadership nel settore dei biocarburanti di nuova generazione. E spera così di colmare il gap con gli altri Paesi europei. Anche perché la direttiva europea 2003/30/CE richiedeva che entro il 2010 almeno il 5,75% dei carburanti fosse derivato da fonti alternative al petrolio (il 10% entro il 2020). E, mentre la produzione di bioetanolo europeo è in forte crescita - +31% nel 2009 rispetto al 2008, secondo gli ultimi dati disponibili di eBio (European bioethanol fuel association), l’Italia, che pure vede aumentare la produzione del 20%, rimane ancora molto indietro. Il nostro Paese si posiziona con 72 milioni di litri solo all'undicesimo posto sui 17 paesi europei produttori. Ci precedono, con volumi a sei cifre, la Francia, la Germania, la Spagna, l'Austria, la Svezia, la Polonia, l'Ungheria, il Belgio, la Slovacchia e la Repubblica Ceca.