LE FOTO: La casa dei tappi e i pozzi in Tanzania

di Cristina Bassi


“Accidenti a quel giornalista che ha scritto di me nel suo libro. Me ne stavo qui, tranquillo, a raccogliere i tappi e ora arrivate voi...”. Danilo Distico, 54 anni, alias “Il Signore dei tappi di plastica”, si finge infastidito per l’attenzione ricevuta. In realtà sa bene che le foto e le interviste aiuteranno la causa. Quale? Quella della raccolta dei tappi colorati, che diventano euro e poi pozzi costruiti in Tanzania.
In 101 stronzate a cui abbiamo creduto tutti una volta nella vita Severino Colombo parla di lui, liberandolo dalla condizione di “leggenda metropolitana”. Distico infatti esiste e più che concreta è la sua missione di collettore in Lombardia dei tappi di plastica. “Quando vado da loro, le persone sono un po’ stupite di vedermi in carne e ossa. Ma mi chiedo: perché in centinaia mettono da parte i tappi, se credono che sia tutta una bufala?”, dice di ritorno dall’ennesimo ritiro fatto nelle ore libere dal lavoro al suo colorificio di San Giuliano Milanese.

La casa di Distico è poco lontana, a Mediglia, in mezzo alla campagna. Tra l’orto e l’aia per le galline c’è un cortile invaso da sacchi bianchi. Sono pieni di tappini di tutti i colori, delle bottiglie d’acqua minerale, ma anche dei detersivi, dello spumante. “L’importante – spiega il padrone di casa – è che siano fatti in polietilene e che riportino la sigla ‘PE’”. Sei anni fa Distico ha scoperto il giro che fanno i tappi. “Ricevo decine di telefonate da parrocchie, scuole, comuni, aziende, privati cittadini e vado a ritirarli con il furgone di un amico. Oppure molti li lasciano fuori dalla porta del negozio. Ne raccolgo 5-6 tonnellate al mese e li invio alla Caritas di Livorno, che grazie a un programma del Centro mondialità e sviluppo reciproco li rivende a un’azienda specializzata”.

Ogni tonnellata di tappi vale circa 120 euro, che vengono utilizzati per costruire pozzi in Tanzania. Nel 2009 in Italia sono stati raccolti quasi 40 mila euro. Ma cosa ci fa con i tappi l’azienda convenzionata con la Caritas, la Galletti Ecoservice? “Li macina e li ricicla per produrre arredi urbani, panchine, bidoni, oggetti vari in plastica. Un po’ come avviene per l’alluminio”, continua Distico. “Io cosa ci guadagno? Niente, al massimo un rimborso della benzina”. Nel cortile della casa dei tappi c’è circa una tonnellata di preziosa materia prima, il volontario riceve continue telefonate. Dalla Valtellina, da Milano, dalla Svizzera, da persone e associazioni che ne hanno montagne da donare. “Quello che era nato come un gioco è diventato un secondo lavoro”. Il commerciante di Mediglia è un vulcano di idee solidali: “Ci vorrebbero almeno quattro punti di raccolta e un responsabile per provincia, magari un’azienda che ricicla i tappi anche in regione, punto a parlarne con il nostro governatore. Con una rete più organizzata, a livello nazionale, potremmo arrivare a 50 tonnellate al mese. Allora sì che in Tanzania nessuno dovrebbe più fare chilometri e chilometri a piedi ogni giorno per l’acqua”.

E pensare che spesso le aziende sono costrette a pagare per lo smaltimento dei tappi, che in alcune regioni non possono essere raccolti insieme alle bottiglie. “Molta gente vuole essere solidale, ma se non sa a chi rivolgersi la filiera si interrompe  – aggiunge Distico –. C’è una forte dispersione, che può rendere diffidenti le persone che si impegnano. Io però li rassicuro sempre: in fondo non chiediamo soldi, solo tappi”. Il volontario non nasconde la soddisfazione. “A San Giuliano ormai è una mania, tutti aprono la bottiglia e mettono da parte il tappo. I bambini ci tengono più di tutti. Sanno che la raccolta serve per i piccoli africani e nel sacco insieme ai tappi mettono anche qualche soldino. Certo, non sempre va tutto liscio. Come quella volta che una mia amica di Brescia ha lasciato cinque sacchi pieni fuori dal negozio, ma gli operatori della nettezza urbana sono arrivati prima di me e, ignari, hanno portato via tutto”.

Che fine fanno i tappi: qui Tanzania
Per fare un pozzo in Tanzania ci vogliono 3 mila euro, pari a circa 20 tonnellate di tappi di plastica. Dal 2003 grazie ai tappini delle bottiglie (qui l’elenco dei punti di raccolta in Italia) il Centro mondialità e sviluppo reciproco ha costruito una quindicina di pozzi e reti idriche in altrettanti villaggi della Tanzania. “Di solito rispondiamo alle richieste degli abitanti – spiega Alberto Benvenuti, del Centro mondialità –, se manca la fonte idrica, realizziamo un pozzo. Se invece c’è una fonte nei paraggi, ci occupiamo della rete per convogliare l’acqua. I soldi servono soprattutto per il materiale e per il trasporto, mentre i lavori vengono fatti dalla popolazione. È compreso un corso di formazione per l’uso corretto e la gestione in autonomia del pozzo”.

I rapporti annuali delle opere si trovano sul sito Cmsr.org. Nel 2008 sono stati costruiti otto pozzi nei villaggi di Abdu Jumbe, Mwinyi, Mahata, Juhudi, Mapinduzi, Mkapa, Mkombozi e Kazengulu, completamente sprovvisti di acqua potabile. Gli impianti servono a circa 35 mila persone, che prima erano costrette a percorrere dieci chilometri a piedi ogni giorno per rifornirsi. Nel 2009 sono state raccolte circa 452 tonnellate di tappi, per un incasso di 40 mila euro. Di questi, 19 mila euro sono stati utilizzati per rifare il vecchio acquedotto del villaggio di Mulunduzi, nella regione di Dodoma. Il resto dei soldi è stato destinato ai progetti del Centro mondialità in Brasile (15 mila euro) e alle spese di gestione (6 mila euro).

Guarda il video Dall’acqua per l’acqua, sul passaggio dai tappi ai pozzi: