di Francesca Del Rosso

«Perché proprio a me?» Era una domanda stupida, ma le parole mi sono uscite di bocca da sole, non ho potuto bloccarle. O forse non lo volevo. Si erano fermate sulle labbra per tutto il giorno, ma quando è sceso il buio e mi sono infilata sotto le lenzuola di casa, accoccolata vicino a Ken, si è aperta la diga. Nessun freno.
Eravamo finalmente nella nostra casa, i bambini dormivano nella cameretta colorata, con i loro peluche e le loro certezze. Io invece ero divorata dalle domande e da una insana ignoranza. Non sapevo nulla di quanto mi sarebbe successo, ma solo che ci ero dentro fino al collo.
«Allora dimmi, perché proprio a me?» «Wondy, non farti queste domande, ti prego.»
«Invece no, me le faccio. Non è giusto, perché proprio a me? Rispondimi.»
«Non lo so.»
«Non è una risposta, perché proprio a me?»
«Uffa.»
«Hai ragione, sembriamo due pessimi attori di Bollywood. Anzi, questa conversazione pare la sceneggiatura di un dialogo scritto per un film di quart’ordine. Molto peggio di Bollywood…». Nella penombra ho visto un mezzo sorriso sul volto di Ken. Anche io sono riuscita a sorridere un po’.
«Però non mi hai risposto lo stesso. Perché proprio a me?» Che domanda cretina.
«Forse lo sappiamo. Perché forse è una predisposizione genetica?»
«Ma io cosa c’entro?» Lo chiedevo a Ken, ma sapevo che non c’erano risposte. «Cosa ho fatto di male? Sì, lo so, non sono una brava attrice, ma tu prova a rispondere lo stesso, dimmi qualcosa.» E poi completavo il discorso nella mia testa: “Ken dimmi qualsiasi cosa, ma dammi una speranza. Dimmi che vivrò, dimmi che non è niente, dimmi che ce la farò. Dimmelo”.
«Tesoro, ti prego, non tormentarti. Non hai nessuna colpa, è successo a te ma poteva succedere a me. Ora dobbiamo solo fare tutto il possibile per curarti.»
«Ma ce la farò? E poi tu? E i bambini?» «Certo che ce la faremo, Wondy.» Mi ha stretto
la mano e non volevo più lasciargliela. Avrei voluto rimanere così per sempre, incollata a Ken, il mio uomo, il mio scudo. E vaffanculo Bollywood. «E tu sarai un esempio per i tuoi bimbi. Smettila di farti domande inutili e di sentirti in colpa. È capitato e basta.» «Mmm.»«Wondy, hai capito?»
«Capito.» Ma non digerito. Mi sono stretta a lui, non gli ho mollato la mano fino a quando non ho sentito il suo respiro diventare profondo. Poi ho acceso la luce sul comodino e sono andata in studio. Nel primo cassetto della scrivania c’era un taccuino nero intonso, che aspettava idee per un libro ancora da scrivere. L’ho preso e ho deciso che sarebbe stato il mio nuovo compagno di avventura.
Sapevo già come iniziare, sarebbe stata la prima delle mie nuove liste.
Non più solo progetti, ma frasi che mi avrebbero aiutato.
Le dieci domande che non avrei mai più dovuto farmi, per esempio. Erano interrogativi spontanei ma totalmente inutili, anzi deleteri.
Le dieci domande (cretine ma inevitabili) da non farsi
MAI
1. Non è giusto, perché proprio a me?
2. È colpa mia?
3. Perché nessuno mi ha protetto?
4. La mia vita è già molto complicata e ho tante cose da fare. Perché non è successo a un altro?
5. Dove ho sbagliato?
6. Non può essere vero. Sto sognando?
7. Il mio corpo mi ha tradita. Come posso contare su di lui per guarire?
8. Troverò la forza per sopportare tutto questo?
9. Come reagiranno i miei cari? Ce la faranno?
10. Sto per morire?

©2014 RCS libri S.p.A, Milano

Tratto da Wondy, ovvero come si diventa supereroi per guarire dal cancro, Rizzoli, pp 324, euro 17

Francesca Del Rosso (Milano, 1974) è giornalista. Ha pubblicato La vita è un cactus (2007) insieme ad Alessandra Tedesco e Mia figlia è una iena (2010). Ha un blog, Le chemioavventure di Wondy, su Vanity Fair.