Guarda anche:
Emergenza sbarchi, la procura in tilt: "Oltre 6000 indagati"
Badanti straniere, una su due lavora in nero
Il test di italiano per stranieri: le foto di un pomeriggio d'esami a Milano

di Greta Sclaunich

Arrivano con largo anticipo. Ne sono stati convocati 40, ma loro sono 26. Alcuni sono preoccupati, altri ridacchiano: certo, il test d’italiano per immigrati, requisito necessario per ottenere il permesso di soggiorno di lunga durata grazie al decreto del giugno 2010, non ha niente a che vedere con un esame “vero”. Si tratta di un livello A2-B1, “di sopravvivenza” come lo considerano i funzionari del Ministero degli Interni. E tanti stranieri convocati vivono in Italia da molti anni. Però, non si sa mai: fuori dal Centro Territoriale Permanente di via Russo, a Milano, si radunano in gruppetti ansiosi di entrare. Sotto le vetrate della scuola ci sono i filippini, accanto al cancello i nordafricani. Appoggiati alla ringhiera, i romeni. Si chiedono come sarà l’esame, cosa dovranno fare, quante probabilità hanno di passarlo.

Secondo le prime stime fornite dalla Cgil alla seconda tranche di esami (svoltasi il 1 marzo) sono stati convocati circa 800 stranieri in tutta Milano. L’esame dura un’ora ed è diviso in tre parti da venti minuti ciascuna: una di ascolto, una di comprensione del testo e una di produzione scritta.
Al primo appuntamento, l’8 febbraio, ne sono stati convocati circa 600: “Solo la metà di questi si è presentata, in 289 hanno superato il test mentre 35 sono stati bocciati”, spiega Riccardo Piacentini, responsabile del dipartimento Politiche dell'Immigrazione alla Cgil milanese. I bocciati dovranno inoltrare di nuovo la domanda alla Prefettura di Milano ed aspettare di essere richiamati. Mentre i fascicoli dei promossi saranno inoltrati alla Questura. Un sistema che, denuncia la Cgil, presenta ancora molte criticità: “Se una persona non inoltra insieme entrambe le domande, cioè quella per sostenere il test e quella per ottenere il permesso di soggiorno, è fatica sprecata: anche se ha passato l’esame lo deve rifare”. Non è previsto un numero massimo di convocazioni e “se una persona non si presenta, magari perché non ha ricevuto in tempo la raccomandata, deve ri-iscriversi via internet”.

Stava per succedere a Lourdes, una filippina quarantenne. Vive da 20 anni in Italia, ha fatto un po’ di tutto: la cameriera, la donna delle pulizie. Ora lavora come domestica: “La raccomandata della Prefettura con la convocazione all’esame l’ho ricevuta solo quattro giorno prima del test. Ho chiesto alla signora per cui lavoro qualche ora di permesso e lei si è arrabbiata: dice che l’ho avvertita troppo tardi”.
Arturo, filippino anche lui, ha 52 anni e da qualche anno assiste un ragazzo disabile: “Abbiamo sempre parlato in inglese, da quando ho avvertito che avrei preso qualche ora libera per fare l’esame ha scoperto che conosco anche l’italiano. Così adesso parliamo in entrambe le lingue”. Lui l’italiano lo ha imparato così: “Ascoltando la gente e guardando la tv. Sono un po’ preoccupato perché la grammatica non la so tanto bene”. Tatiana, moldava di 55 anni, si è invece concentrata proprio sulla grammatica. “Da quando ho compilato il modulo per la Prefettura studio italiano sui libri – spiega – Lavoro come badante per una signora che parla poco e che non vuole mai guardare la tv. Quindi non mi resta che studiare come fossi ancora all’università”.

A proposito di università, Mohamed, artigiano 40enne, sorride quando gli si chiede se è preoccupato per il test: “In Egitto, il Paese dove sono nato e che ho lasciato per venire in Italia vent’anni fa, ero avvocato. Cosa vuoi che sia questo esame in confronto a quelli di Giurisprudenza?”. Ma intanto al Ctp si è fatto accompagnare dal fratello, Adel, 30enne responsabile di una ditta di costruzioni. Nel gruppetto di nordafricani è l’unico che ride e scherza: “Io il permesso di soggiorno l’ho ottenuto prima del decreto del giugno 2010, non devo dare nessun esame”.
Anche Mamadou, 44enne senegalese, è calmo. “Questo esame mi ricorda quello della patente: tanta paura per niente. Avrei preferito evitarlo, visto che qualche anno fa ho già seguito un corso di italiano per imparare il mestiere di metalmeccanico. Ma alla Questura mi hanno detto che non andava bene”. Abdelhadi, artigiano di 49 anni, è tranquillo, “tanto se non passo, mica mi rimandano in Marocco”. Però non capisce perché deve fare l’esame: “Lavoro in Italia da 20 anni, pago le tasse e la mia fedina penale è pulita. Per me è quello il vero test per noi stranieri, quello della nostra onestà”.