di Bill Emmott

Lo «shock del nuovo»: è così che il grande critico d’arte australiano Robert Hughes, nei suoi libri e nell’omonima serie televisiva sulla Bbc, ha definito l’impatto dell’arte moderna nel XX secolo.
L’innovazione può essere scioccante in tutti gli ambiti dell’esistenza, perché turba i vecchi modi di fare o di pensare, ma può essere corroborante e portare una ventata d’aria fresca, fornendo nuove opportunità, nuovi modi di agire e pensare.
È ancora più vero oggi, nell’era della globalizzazione e del più rapido mutamento delle tecnologie mai conosciuto, soprattutto per le nazioni ricche e mature obbligate a trovare vie per innovare, scovare nuove applicazioni, valorizzare i propri cervelli. Perché è questa la loro principale – e forse unica – risorsa.
L’Italia, tuttavia, non è un Paese a cui piace farsi sconvolgere, e certamente non dalle novità. Inoltre molte tendenze e assetti delle imprese e delle istituzioni scoraggiano l’innovazione: l’enfasi sulla lealtà invece che sul rendimento o sul merito, la forza della famiglia, degli interessi acquisiti e del clientelismo, e l’avversione diffusa per la competizione.
Forse cercare l’innovazione in un Paese simile metterà alla prova anche il mio eterno ottimismo. In questo caso le critiche sono giuste. Ciò che si dice sulla natura conservatrice dell’Italia e su come la struttura industriale e sociale del Paese scoraggi il progresso è senz’altro vero. Così si evince da quei criteri convenzionali per misurare la capacità di crescita.
La spesa complessiva in Ricerca e Sviluppo, calcolata in percentuale sul Pil, è ben al di sotto della media dell’Unione, di gran lunga la più bassa di tutti i Paesi dell’Europa occidentale. Era l’1,18 per cento nel 2008, in confronto al 2,02 per cento della Francia, il 2,53 per cento della Germania, l’1,88 per cento della Gran Bretagna e l’1,35 per cento della Spagna.
Le università italiane non compaiono sostanzialmente in nessuna principale classifica delle istituzioni accademiche mondiali di alto livello, pubblicate, tra l’altro, dall’Università Jiao Tong di Shanghai, dal Times Higher Education Supplement (Thes) e dall’Università di Leida.
Nelle classifiche del Thes per il 2010, per esempio, solo Bologna e La Sapienza figurano tra le prime duecento università del mondo, in 174a e 190a posizione. I difensori di questi scarsi risultati sostengono che agli atenei italiani non importi di attrarre studenti stranieri, perciò non si sforzano per risalire le classifiche – argomentazione che, sfortunatamente, varrebbe per parecchie altre università come quelle giapponesi, dove si riscontra un atteggiamento simile, anche se poi ottengono risultati migliori.

Alcuni sostengono anche che in queste statistiche, molti dei più importanti atenei del Paese pagano semplicemente per la loro dimensione, che influisce negativamente sul risultato medio, ma, affermano, ci sono anche facoltà con un alto grado di eccellenza nella ricerca. Può darsi che abbiano ragione – le persone che ho intervistato citano ottimi dipartimenti, nella robotica, nelle nanotecnologie e nella ricerca medica, per citarne alcuni – ma ciò non rende comunque gli atenei italiani pionieri o leader dell’innovazione.
Le classifiche dell’Università di Leida tengono conto delle citazioni nelle pubblicazioni qualificate da parte di altri studiosi, un criterio che dovrebbe permettere di scoprire questi centri di eccellenza all’interno dei dipartimenti, se ce ne fossero abbastanza da fare la differenza. Tuttavia, Leida ha stabilito che nel periodo 2000-2007 solo tre università italiane rientravano tra le prime cento al mondo per quantità di citazioni (Milano, La Sapienza e Padova), e nessuna di esse andava oltre la quarantaduesima posizione. Dopo gli aggiustamenti in base a dimensioni e specialità delle università per calcolare il loro impatto, Leida ha stabilito che Milano, seguita da Bologna (84a), Padova (85a) e La Sapienza (91a).
La spiegazione più corretta dell’assenza italiana dalle classifiche sta nel fatto che il rendimento dei professori non si misura sulla base della produzione scientifica, della qualità dell’insegnamento o di altri test riguardo al merito (che di fatto non viene misurato) dato che, storicamente, il finanziamento delle università non è mai dipeso da questi fattori.
Nemmeno la maggior parte degli studenti è selezionata in base al merito. È una spiegazione corretta, ma non esattamente incoraggiante se si è alla ricerca dell’eccellenza. Il sistema delle università statali, in altre parole, è nel complesso ideato espressamente per raggiungere risultati mediocri o, per dire la stessa cosa in modo più neutro, svettare nelle classifiche non è tra i suoi obiettivi. Ed è molto improbabile che la situazione cambi, a parte casi isolati e per breve tempo, fintanto che le università saranno governate da un rettore eletto dai professori ordinari, il quale, di conseguenza, dovrà rispondere principalmente a loro del suo operato. Si tratta di un sistema controllato dai professori e gestito in funzione dei loro interessi, non di quelli degli studenti o della nazione.

A ciò si aggiunge che l’età media dei professori universitari italiani è la più elevata d’Europa, un dato che contribuisce a spiegare perché la ricerca non è ad alti livelli. Finché le riforme si limiteranno a giocare sui finanziamenti e sulle strutture, senza toccare la governance e l’accountability degli atenei, sarà improbabile ottenere miglioramenti decisivi. C’è poi la faccenda imbarazzante dei premi Nobel che scatena l’attenzione mediatica e conquista le prime pagine dei giornali.
Da quando è stato istituito il premio, nel 1901, gli italiani ne hanno ottenuti venti, sei dal 1980. Ma gli unici due dal 2000 sono stati assegnati a italiani che lavorano in America (Mario Capecchi, dell’Università del lo Utah, per la Medicina e Riccardo Giacconi, della John Hopkins, per la Fisica).
L’unico Nobel italiano degli anni Novanta è stato Dario Fo, premiato per la Letteratura. Franco Modigliani, Nobel per l’Economia nel 1985, aveva lasciato l’Italia nel 1939. Carlo Rubbia, vincendo per la Fisica nel 1984, aveva fatto lo stesso per lavorare alla Cern in Svizzera. L’ultimo Nobel assegnato a uno scienziato o a un economista rimasto a lavorare in Italia per buona parte della vita risale al 1986 ed è quello di Rita Levi-Montalcini, per la Medicina, anche se ha svolto la maggior parte della sua ricerca neurologica a St Louis, negli Stati Uniti.

Il celebre premio più recentemente assegnato per una ricerca svolta effettivamente in Italia è stato quello di Giulio Natta del 1963, per il suo lavoro sulla Chimica dei polimeri. Dal 1980 la Germania ha vinto 26 Nobel, la Francia 14 e la Svizzera 8. Molti sono stati assegnati per lavori svolti in istituti di ricerca nazionali, non negli Stati Uniti. A una manifestazione globale che celebra ed esplora nuove idee quale la «TedGlobal» che si è tenuta a Oxford nel luglio 2010, degli italiani non c’è quasi traccia, almeno tra gli oratori.
Se si controlla il numero di brevetti registrati ogni anno, l’Italia batte la Spagna ma, a quota 769, nel 2007 era ben indietro rispetto alla Gran Bretagna (1666), la Francia (2462) e la Germania (6283). Si consideri poi l’ammontare degli investimenti pubblici e privati nella information and communication technology: nel 2006 in Italia il 10,6 per cento di sovvenzioni non residenziali è andato all’Itc, rispetto al 14,1 per cento della Germania, il 16,1 per cento della Francia e il 23,8 per cento della Gran Bretagna. Potreste pensare che gli italiani siano eccezionalmente creativi, perché così vuole l’immaginario nazionale.
Eppure, prendendo il Paese nel suo insieme, verreste smentiti.8 Creative Group Europe, la società di consulenza che si occupa di definire e studiare le «classi creative» nel Continente, riferisce che in Italia tra il 1991 e il 2000, tale classe è più che raddoppiata, raggiungendo i 4,3 milioni di persone. 

L’aumento è in linea con la tendenza generale occidentale ed è principalmente il risultato della definizione della Cge, per la quale l’accesso e l’uso della tecnologia hanno una parte importante: gli anni Novanta hanno visto il fiorire di Internet e dell’information and communication technology più in generale. Tuttavia, in rapporto alla forza lavoro, la percentuale italiana – 21 per cento – è minore rispetto a quella registrata in altri Paesi europei o negli Stati Uniti, dove è pari a circa il 30 per cento, secondo Cge.
E' difficile definire la creatività. Per mettere insieme le sue percentuali, Cge prende in considerazione titoli di studio, il già citato accesso alle tecnologie e la natura dell’ambiente in cui le persone vivono e lavorano, sinteticamente definiti: tecnologia, talento e tolleranza. Se preferite invece contare quelli che Cge chiama «super creativi», professionisti altamente qualificati, ovvero ingegneri, architetti, matematici, medici e simili, queste star sono il 9 per cento della forza lavoro, contro il 18-20 per cento in Belgio, Svizzera e Irlanda, e il 13-14 per cento in Germania, Spagna e Grecia.

Come sottolineano gli italo-pessimisti, è soprattutto tra queste professioni che si trovano connazionali all’estero, dove hanno maggiori opportunità di realizzarsi. La valutazione che l’Italia sia ben indietro rispetto ai suoi vicini europei è confermata da un dato più neutrale: la percentuale di cittadini che hanno avuto un’istruzione universitaria. È un criterio di valutazione generale della capacità delle persone di partecipare a un lavoro creativo o che richieda grandi conoscenze: nel 2007 solo il 13 per cento degli italiani tra i 25 e i 64 anni aveva ricevuto l’istruzione universitaria, una cifra paragonabile al Portogallo, ma inferiore perfino al Messico. Si rapporta al 24,3 per cento della Germania, al 26,8 per cento della Francia, al 31,8 per cento della Gran Bretagna e al 40,3 per cento degli Stati Uniti.
Per la popolazione tra i 25 e i 34 anni di età, la cifra raggiunge il 18,9 per cento, ma è sempre la metà della percentuale che si registra negli altri grandi Paesi dell’Europa occidentale per la stessa fascia d’età. La valutazione è confermata anche dai dati Ocse sul numero di professionisti impegnati nel campo della ricerca in Italia rispetto agli altri Paesi: solo il 3,8 per cento di ricercatori per ogni mille persone impiegate, in confronto al 7,3 della Germania, l’8,3 della Gran Bretagna, e l’8,4 della Francia. Anche qui possiamo estrarre alcune prove per tentare la difesa.
Qualche criterio potrebbe essere fuorviante per via della struttura industriale dell’Italia e del suo sistema fiscale: la sua spesa in Ricerca e Sviluppo è certamente sottostimata dal’Ocse, perché rispetto agli altri Paesi ha tante piccole e medie imprese, quindi non la ritengono un’attività separata. Inoltre il pesante sistema fiscale incoraggia le aziende a trattare la Ricerca e Sviluppo come una spesa piuttosto che come un investimento. I Paesi con un settore farmaceutico molto sviluppato, quali Germania e Gran Bretagna, di solito investono molto di più, impiegando molti professionisti nel campo. In Italia il farmaceutico è un settore minore, mentre è forte quello dell’ingegneria meccanica, dove però la Ricerca e Sviluppo si svolge più che nei laboratori specializzati, all’interno delle fabbriche dove i dipendenti migliorano processi e tecniche. Questo non basta a spiegare le dimensioni del divario.

C’è una sorta di circolo vizioso: perché così tante imprese restano piccole? Forse perché le dimensioni non permettono di organizzare la Ricerca e Sviluppo in maniera efficiente. Simile argomentazione non modifica però gli altri dati, specialmente quelli che riguardano il capitale umano, come il numero di laureati e la qualità delle università, dati che limitano l’input «creativo» o «innovativo» a disposizione delle aziende.
Una volta questa situazione poteva essere mitigata dalla prassi per cui i neolaureati, entrati in azienda, ricevevano una formazione intensiva, ma dall’aumento dei contratti a breve termine questo non è più vero. Ultimamente la maggior parte dei giovani italiani non sta investendo né nelle università né nelle aziende. Rimane anche il dato della spesa relativamente bassa per l’information and communication technology, che oggi è uno dei principali carburanti del progresso, come l’elettricità nel passato. E se poi si adotta come criterio di valutazione l’accesso a un computer o a Internet da parte delle famiglie, l’Italia è di nuovo in ritardo. Nel 2008 registrava non più di un terzo del livello di accesso raggiunto da Francia, Germania e Gran Bretagna. Nello stesso anno, meno della metà delle famiglie italiane aveva accesso a Internet. E non si tratta del Sud arretrato che stravolge i numeri: è vero che contribuisce ad abbassare la media, così come fa con l’istruzione universitaria, ma non in maniera decisiva. C’è, però, un dato in cui l’Italia è davanti ai suoi vicini: il numero di contratti per telefoni cellulari.
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Tratto da Bill Emmott, Forza Italia, traduzione di Chicca Galli, Rizzoli, pp.250, euro 19,50

Bill Emmott, scrittore indipendente, è stato dal 1993 al 2006 direttore dell’“Economist”. Nel 2003 ha vinto il premio “È giornalismo” per il lavoro della rivista nel trattare le notizie sull’Italia. Scrive regolarmente per il “Times” a Londra e “la Stampa” in Italia.
Ha scritto molti libri sul Giappone, in Italia è uscito Asia contro Asia (Rizzoli 2008). Vive nel profondo della campagna inglese, ma passa un sacco di tempo negli aeroporti.