"Cari Barozzino, Lamorte e Pignatelli, ho letto con attenzione la lettera che avete voluto indirizzarmi e non posso che esprimere il mio profondo rammarico per la tensione creatasi alla FIAT SATA di Melfi in relazione ai licenziamenti che vi hanno colpito e, successivamente, alla mancata vostra reintegrazione nel posto di lavoro sulla base della decisione del Tribunale di Melfi.
Anche per quest'ultimo sviluppo della vicenda è chiamata a intervenire, su esplicita richiesta vostra e dei vostri legali, l'Autorità Giudiziaria: e ad essa non posso che rimettermi anch'io, proprio per rispetto di quelle regole dello Stato di diritto a cui voi vi richiamate".

Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha risposto così ai tre lavoratori della Fiat Sata di Melfi, licenziati nel luglio scorso dalla Fiat e reintegrati dal giudice del lavoro circa due settimane fa, che si erano rivolti a lui dopo che l'azienda automobilistica non aveva loro permesso di tornare al lavoro, ma semplicemente di utilizzare una sala all'interno dello stabilimento.
"Comprendo molto bene - contiua la lettera del presidente della Repubblica - come consideriate lesivo della vostra dignità "percepire la retribuzione senza lavorare". Il mio vivissimo auspicio - che spero sia ascoltato anche dalla dirigenza della FIAT - è che questo grave episodio possa essere superato, nell'attesa di una conclusiva definizione del conflitto in sede giudiziaria, e in modo da creare le condizioni per un confronto pacato e serio su questioni di grande rilievo come quelle del futuro dell'attività della maggiore azienda manufatturiera italiana e dell'evoluzione delle relazioni industriali nel contesto di una aspra competizione sul mercato globale".

Le reazioni: "Ora la Fiat rifletta sulle parole del capo dello Stato. Il rispetto delle leggi e della dignità dei lavoratori significa, soprattutto in questo momento storico, non allargare un pericoloso fossato sociale. L'azienda di Torino, seguendo il monito di Napolitano, torni ad essere patrimonio di tutto il paese". Lo afferma Francesco Boccia, componente dell'Ufficio di Presidenza del Gruppo Pd alla Camera.