Dal dopoguerra al 2005 il nostro Paese ha coperto di cemento 12 milioni di ettari del suo territorio. Lo racconta una documentata inchiesta pubblicata da Chiarelettere, a cura di Ferruccio Sansa. Leggine un estratto in esclusiva
di A.Garibaldi, A.Massari, M.Preve, F.Sansa, G.Selvaggiulo
Secondo l’Osservatorio nazionale sui consumi di suolo, in Lombardia
tra il 1999 e il 2005 sono spariti 26.700 ettari di terreni
agricoli, come se in sei anni fossero emerse dal nulla cinque città
come Brescia. Ogni giorno il cemento e l’asfalto cancellano più di
10 ettari di campagne in Lombardia (100.000 metri quadrati) e
altri 8 in Emilia.
Secondo i dati Istat, elaborati dal Wwf, in Italia fra
il 1990 e il 2005 sono stati divorati dal cemento e dall’asfalto (dunque
sterilizzati per sempre) 3,5 milioni di ettari, cioè una regione
grande più del Lazio e dell’Abruzzo messi assieme. Il tutto a un
ritmo di 244.000 ettari l’anno.
In Germania dal ’98 il consumo di
territorio non può crescere più di 11.000 ettari l’anno. Nel Regno
Unito dal ’99 l’obiettivo è realizzare almeno il 60 per cento della
nuova edilizia abitativa in aree già urbanizzate. Già compromesse,
insomma.
Qui da noi le stanze sono cresciute dal 1950 al 2005 del 247 per
cento, mentre la popolazione aumentava soltanto del 23 per cento.
La produzione industriale calava fra il 2001 e il 2005 del 4,5 per
cento, mentre la produzione edilizia cresceva del 17,4.
Un paese,il nostro, bello e disgraziato, nel quale senza il boom delle gru edili
non ci sarebbe stata crescita del prodotto interno lordo.
Solo il 14 per cento del territorio italiano non ha costruzioni nel
raggio di cinque chilometri: lo ha calcolato Bernardino Romano,
docente di Analisi e valutazione ambientale e pianificazione territoriale
all’Aquila. La classifica della devastazione trova al primo posto
la Liguria.
Già negli anni Sessanta Giorgio Bocca coniò le espressioni
«Lambrate sul Tigullio» e «rapallizzazione», ma fra il 1990 e il
2005 questa particolare regione, già abbondantemente cementificata,
ha ricoperto di edifici quasi la metà delle superfici ancora libere,
diminuite del 45,5 per cento, contro una media nazionale del 17.
Poi, c’è la Calabria (meno 26 per cento di terreni liberi). E la Campania,
la Sicilia, l’Emilia-Romagna, la Sardegna.
Dal dopoguerra al 2005 l’Italia ha coperto di cemento 12 milioni
di ettari del suo meraviglioso territorio, ha ingurgitato il 40,65 per
cento di se stessa. Il 20 per cento del patrimonio edilizio è fatto di
seconde e terze case, tirate su a spese della natura per restare vuote
dieci-undici mesi l’anno. Per lo sfizio di chi se le può permettere.
Viene giù tutto
Ha scritto Vittorio Emiliani, già direttore de «Il Messaggero» di
Roma dal 1980 al 1987 e ora presidente del Comitato per la bellezza:
«L’Italia vive una contraddizione stridente. Registriamo a un tempo
un consumo di suolo libero (e quindi di paesaggio) letteralmente
dissennato e una vera e propria “emergenza alloggi” per i ceti medi,
medio-bassi e bassi. Segno evidente che la frenetica attività edilizia
che si è andata dispiegando negli ultimi anni riguarda costruzioni
destinate quasi unicamente al mercato, per lo più alla speculazione,
sovente nelle zone turistiche, costiere e montane, con una risalita ora
dal mare verso l’interno, cioè verso zone di grande pregio e bellezza
come le valli toscane, marchigiane e umbre».
Si divora territorio ovunque sia possibile e anche dove non lo
sarebbe. Come rivela
il disastro di Giampilieri, provincia di Messina,
1° ottobre 2009, trentasette morti sotto il nubifragio e il cedimento
del terreno. Più un trentottesimo corpo, dalla cintola in giù, che
nessuno è andato a reclamare. Più una trentanovesima vittima, mai
ritrovata, badante venuta dall’Est.
Come dimostra
la frana di SanFratello, già San Filadelfio, paese in provincia di Messina, costruito
su un colle di 700 metri dalle truppe mercenarie raccolte nella valle
Padana da Ruggero il Normanno per la riconquista. La collina è
venuta giù nel 1754, rovinando su metà dell’abitato, e poi di nuovo
nel 1922, distruggendo la parte centrale del paese. La popolazione
– oggi 1500 abitanti – ricostruì sul versante a mare, e anche questo,
a febbraio 2010, è crollato.
O come
la frana di Maierato, Vibo
Valentia, che il 16 febbraio 2010 ha trascinato uliveti e case dove
vivevano 249 persone. «U mundu si ribbejau» ha detto un’anziana
donna che non voleva lasciare la sua abitazione ed era provvisoriamente
ospitata nella Scuola allievi agenti della polizia a Vibo. Il
mondo si è ribellato.
In quei giorni di metà febbraio in Calabria è piovuto molto e ci
sono state 180 frane.
La Coldiretti denuncia: il 100 per cento dei
comuni calabresi è a rischio idrogeologico, a causa della progressiva
cementificazione. E Massimo Gargano, presidente dell’Associazione
nazionale bonifiche: «Nelle sciagure che abbiamo davanti agli occhi
c’è ben poco di naturale. Da una parte l’urbanizzazione selvaggia si è
mangiata le campagne, e l’acqua, invece di essere assorbita dalla terra,
prende velocità come su una pista di pattinaggio; dall’altra i cambiamenti
climatici hanno trasformato le piogge in nubifragi violenti
». In cinquant’anni 470.000 frane, con sei vittime ogni mese, 3500
morti in tutto. Cinquemilacinquecento comuni su ottomila sono
a rischio di dissesto idrogeologico. Secondo l’Associazione bonifiche,
ci vogliono quattro miliardi e duecento milioni per risistemare
torrenti e rogge, pendii e canali.
Ancora Emiliani del Comitato per
la bellezza: «Questa erosione di un patrimonio immenso e irriproducibile
peserà inesorabilmente sui nostri figli, nipoti e pronipoti.
In termini di imbruttimento, di involgarimento, di peggioramento
dell’ambiente, della vita individuale e collettiva, di dissipazione di
un patrimonio nazionale per secoli ammirato, la più formidabile
attrattiva turistico-culturale da noi posseduta».
L’Italia permette che il cemento cancelli il suo bene primario, la
bellezza. E restringe il campo alla sua potenziale risorsa economica
principe, il turismo. Le autonomie locali progettano il futuro con
grande disinvoltura e il futuro, nella sua versione più semplificata,
significa case.
Esempio per tutti: Modena, città della nutrita e civile
Emilia, progetta un’espansione da 180.000 a 240.000 abitanti neiprossimi 30-50 anni. Un terzo in più. Progettista, l’assessore Daniele
Sitta, Pd. Nome del progetto: «Modena futura». L’architetto ed ex
dirigente comunale Ezio Righi ha denunciato che oltre un milione e
mezzo di metri quadrati di territorio agricolo dislocati nella zona sud,
fino all’autostrada, sarebbero passati di mano recentemente e a prezzi
non rapportati all’attuale destinazione d’uso. I compratori – ha detto
Righi durante un convegno di Italia Nostra – sarebbero imprese
legate alla Lega delle cooperative, imprese collegate ai consorzi edili
privati e singoli artigiani.
Modena è quella città dove il procuratore della Repubblica Vito
Zincani ha dichiarato alla fine del 2009: «Se fossi dotato di poteri
sovrannaturali e potessi stroncare ogni attività criminosa a Modena
domani mattina, la popolazione insorgerebbe e mi caccerebbe, sguinzaglierebbe
i cani, perché avrei distrutto l’economia di Modena».
Più
chiaramente: «Visto che il paziente è ancora fondamentalmente sano,
dobbiamo bloccare il cancro prima che produca le metastasi. Se no
succede come a Duisburg, dove i tedeschi hanno scoperto di colpo
che la mafia in Germania c’era, eccome». Ancora più chiaro: «A
Modena sono state trovate soprattutto presenze camorriste, a Reggio
Emilia della ’ndrangheta, a Bologna dei corleonesi. Una spartizione.
Forse».
A Modena circa seicento imprese edili vengono dal Casertano
o dal Napoletano. L’assessore Ditta: «Posso garantire sulla mia parola
che dove abbiamo deciso di costruire noi non ci sono infiltrazioni
dei casalesi».
È arbitrario l’accostamento fra criminalità ed edilizia? Di fatto
c’è una forte tentazione: i cambi di destinazione d’uso dei terreni e
l’atto del costruire possono dare profitti pari a poche altre attività
economiche. Ai magistrati siciliani che chiedevano come facesse a
guadagnare soldi, il boss mafioso Filippo Graviano ha risposto: «Se
io trovavo un’area edificabile, un qualcosa da fare anche al Nord, io
l’avrei fatto…».
Esempio romano dei potenziali guadagni. I proprietari delle aree
ormai sono quasi tutti costruttori. Comprano un terreno agricolo a
25-30 euro al metro quadro, ottengono dall’amministrazione pubblica
il cambio di destinazione d’uso e il terreno salta a 300 euro al
metro quadrato. Poi costruiscono e rivendono a 3000-4000 euro
al metro quadrato.
© Chiarelettere editore srl
Tratto da
A.Garibaldi, A.Massari, M.Preve, F.Sansa, G.Selvaggiulo, La colata, a cura di Ferruccio Sansa, Chiarelettere, pp. 522, euro 16,60