Il 2 marzo 2006 Tommaso Onofri, il bimbo di 18 mesi, veniva rapito dalla sua casa di Casalbaroncolo e ucciso. Quattro anni dopo sono centinaia i messaggi lasciati da blogger e internauti sulle bacheche dei tanti gruppi nati su Facebook. Ogni giorno
di
Chiara Ribichini
“Spero che ora tu stia giocando con gli angeli”;
“Teniamo vivo il ricordo di questo piccolo che ha pagato con
la vita la crudeltà dei grandi”;
“Tommy figlio di tutti noi”;
“I bambini non vanno
toccati. Tu ora sei l’angelo custode di tutti i nostri figli”.
Sono passati quattro anni dal sequestro di Tommaso Onofri, il
bimbo di 18 mesi di Casalbaroncolo (Parma) portato via dalla sua casa davanti
agli occhi dei suoi genitori.
La sua storia aveva sconvolto tutti. Per la durezza della
vicenda, per la disperazione dei genitori che per un mese intero avevano lanciato
appelli ai rapitori dalle tv chiedendo loro di somministrare al figlioletto il
Tegretol, un farmaco di cui aveva bisogno perché malato di epilessia. Dalla
sera del 2 marzo del 2006 fino al 1 aprile, quando le speranze furono
interrotte dalla notizia del ritrovamento del corpo, appresa dagli Onofri direttamente
dai telegiornali. Poi il processo e le condanne:
ergastolo per Mario
Alessi, 30 anni di carcere per la compagna Antonella Conserva e
20 anni per Salvatore Raimondi, mentre
Pasquale Barbera è stato assolto. E l’infarto che
ha colpito il papà di Tommy
nell’agosto del 2008,
facendolo finire in uno stato
vegetativo.
Ma da quel 2 marzo ad oggi non si è mai interrotto l’affetto
della gente.
Quella foresta silenziosa di blogger e internauti di cui parla Paola
Pellinghelli, la madre di Tommaso, sul sito dell’associazione Tommy nel Cuore.
Lo testimoniano le decine di gruppi presenti su Facebook
dove gli utenti lasciano messaggi per Tommy. Ogni giorno.
Tutti vogliono scrivere a un “piccolo angelo volato via
troppo presto”, come afferma Alessandra
sulla bacheca della pagina ufficiale
che ha sul social network
Tommy nel cuore,
l’associazione fondata dalla famiglia Onofri nel gennaio del 2007 “per
perseguire finalità di solidarietà sociale, di promozione dei diritti dei
minori, fornendo assistenza psicologica, sociale, pedagogica, socio-sanitaria,
come di ogni altra forma di assistenza e soccorso ai bambini che vivono in
condizioni disagiate o di emergenza”,
come si legge sul sito.
Sul gruppo, che ha più di 3 mila iscritti, ci sono commenti,
foto del bimbo, le date principali della vicenda,
le
canzoni dedicate a Tommy pubblicate su YouTube come “Sarai”, ma anche gli eventi organizzati dall’associazione o applicazioni che
permettono di lanciare un palloncino virtuale in cielo “per non dimenticare”.
Molti gli utenti che commentano la vicenda giudiziaria
lamentandosi della pena a loro avviso “inadeguata” inflitta a Mario Alessi e invocando
una giustizia divina.
Alessandra nota con disprezzo la presenza su Facebook di un
gruppo dedicato proprio al
muratore siciliano condannato all’ergastolo. Una pagina dove in realtà si danno
informazioni sul processo che lo ha visto imputato. C’è chi c
hiede “scusa agli Onofri da parte di tutti i siciliani”
come Davide.
Non tutti però usano parole di condanna nei confronti dei
responsabili. “
Ne approfitto per esprimere tutta la
mia solidarietà all'altra vittima di questa vicenda, Antonella Conserva, che
sconta ingiustamente la pena inflittale da un sistema giudiziario iniquo e
basato sul pregiudizio! Un abbraccio anche a questa povera mamma” scrive Nunzio
sulla bacheca di Non dimentichiamo
Tommaso Onofri, che ha più di 8 mila
iscritti.
Decine anche i commenti per dire alla mamma di Tommy: Paola ti
siamo ancora vicini.
“Sono mamma di un bambino della stessa età del
piccolo Tommy. Ho seguito la vicenda con l’ansia e la disperazione ke solo un
genitore può provare” scrive Chiara. “Sono diventata mamma da un mese e posso
solo immaginare il dolore che provano i genitori del piccolo Tommy. Nessuna
parola sarà mai in grado di confortarli abbastanza” afferna Graziana sulla
bacheca del gruppo Per Tommy.
E c’è anche chi ha partecipato al funerale del piccolo. Come Francesca che ancora
oggi si chiede: “Come si può fare una cosa del genere?”.
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