di Filippo Maria Battaglia e David Saltuari

Una decisione discutibile. Peggio, “un ulteriore importante passo verso la chiusura dei servizi Internet che ospitano contenuti generati dagli utenti in Italia”.
A poche ore dalla sentenza del tribunale di Milano che ha condannato in primo grado tre dirigenti di Google giudicandoli colpevoli di violazione delle norme sulla privacy per non aver impedito la pubblicazione in Internet di un video di maltrattamenti su un minore affetto da sindrome di Down, la reazione del web è tutta intonata alla censura.

La decisione, che in Italia non ha precedenti giurisprudenziali analoghi, sta infatti indignando e facendo discutere la rete, non solo in Italia.
“Se passa il principio secondo il quale l’intermediario risponde dei contenuti immessi in rete dagli utenti, la Rete che conosciamo è condannata all’estinzione” scrive sul suo blog Guido Scorza, tra i più noti esperti di informatica giuridica.
“Indubbiamente, in questo momento, il diritto non è alleato della tecnologia nel nostro Paese; non è colpa del legislatore o dei giudici … norme e sentenze sono il fedele specchio della nostra società: arretrata e tecnofoba” sostiene l’avvocato Ernesto Belisario su Diritto 2.0.

I commenti non mancano anche nei principali blog della rete italiana. Massimo Mantellini archivia la sentenza di milano ("Se il giudice non capisce" il titolo del post) "nel lungo elenco delle arretratezze culturali di questo paese di fronte alle nuove tecnologie" mentre Luca De Biase, uno dei più attenti osservatori della rete, sottolinea come questo possa "essere un colpo molto difficile da sopportare per il mondo degli user generated content. A questa sentenza potrebbero fare riferimento molti altri soggetti interessati a che la rete non possa essere il luogo della libertà di informazione - con i suoi pregi e difetti, con i suoi rischi e le sue opportunità." Anche i blog tradizionalmente più leggeri riprendono la notizia. Akille osserva la disparità di trattamento tra Google, che ha pubblicato il video, e i ragazzi che lo hanno materialmente realizzato: il carcere per i primi, la sospensione da scuola per i secondi. Il blog Note a Margine sentenzia: "è come dire che i dirigenti delle poste devono essere mandati in carcere al posto di chi spedisce i pacchi bomba." Metilbaren entra nel merito del caso e ribalta le responsabilità: senza quel video su Google nessuno avrebbe mai scoperto i maltrattamenti subiti dal ragazzo down.

L’eco della decisione è arrivata però anche oltreconfine. In queste ore, diversi blogger inglesi e americani si chiedono quale sia il crimine, parlando di una decisione “ridicola” e di un precedente “sconcertante”.
“Quasi un anno fa, - si legge su un post pubblicato su WhyteWolf - YouTube ha reso noto che ogni minuto sul suo sito vengono caricati circa 20 ore di filmati. È ridicolo pensare che Google automaticamente dovrebbe conoscere che è incluso in ogni video caricato su YouTube”.

Nella marea dei commenti negativi, c’è però anche chi tenta qualche piccola apertura: "la direttiva europea sull'ecommerce - scrive Stefano Quintarelli - esclude la responsabilità dei mere conduits, cioè di chi fa solo il tubo, il serbatoio”. Ma siamo sicuri - continua -che “Youtube è un mere conduit?”
Obiezioni, queste, rispedite al mittente da gran parte dei blogger: "davvero vi sentireste più al sicuro e più moralmente puri con uno Stato controllato da Tecnobadanti che decidano cosa dovete vedere e cosa no?”.

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