“Così è ora e così sarà sempre”, si sentiva ripetere da amici e colleghi. Ma lui, imprenditore palermitano, si è ribellato al racket grazie anche ad Addiopizzo, associazione che ha appena presentato la nuova guida dei commercianti "liberi". La storia
di
Luca Di Garbo
“Questo è un momento storico. Basterebbero delle denunce
di massa per liberarsi dal pizzo a Palermo perché è uniti che si vince la paura
e oggi non siamo più soli”. Sono le parole di un imprenditore palermitano di 43
anni, una persona che ha alzato la testa e che oggi è libero.
Un uomo che dopo aver ceduto al ricatto per 10 anni
pagando il pizzo, a un certo punto capisce finalmente di non essere più solo
nella lotta contro la mafia: è il 2008 quando avviene l’incontro con
Addiopizzo, l’associazione antiracket che sostiene le denunce dei commercianti
facendo da tramite con le istituzioni (e che proprio oggi
ha presentato a Palermo la nuova guida dei commercianti che non pagano il pizzo). Il percorso da seguire viene così
tracciato. E’ la svolta. Arriva la denuncia, quindi l’arresto degli estorsori.
E’ questa in sintesi la storia di Giuseppe Todaro, coraggioso imprenditore che
vive sotto scorta e racconta a SKY.it il suo percorso, i suoi dubbi, le sue
scelte. Una testimonianza della “rivoluzione culturale” in atto contro la mafia
a Palermo e dintorni.
Quando ha inizio la
sua storia?
Tutto comincia nel ‘95 con
l’avvio di un’azienda nella zona industriale di Cinisi: l’attività parte
regolarmente ma dopo un paio d’anni mi chiede un incontro Gaspare Di Maggio. Il
nome diceva tutto, un pedegree di primo livello. Che fosse pericoloso me n’ero
accorto da solo.
Di Maggio mi dice di mettermi
apposto immediatamente perché l’azienda era ormai avviata e c’era da pagare.
Preso da mille angosce mi informo con amici, colleghi, imprenditori. Tutti mi
rispondono allo stesso modo: "Così è ora e così sarà per sempre”. Fu così
che iniziai a pagare il pizzo.
I suoi rapporti con gli estorsori si limitavano a Cinisi?
Avevo due situazioni totalmente
separate per quanto collegate. Una a Cinisi con i Di Maggio, con loro mi vedevo
una volta l’anno, venivano a Natale e io pagavo. Nel ’98 comprai anche un altro
stabilimento a Carini, apparentemente una situazione tranquilla. Dopo un po’ di
tempo venne a trovarmi uno che si occupava delle manutenzioni per lo
stabilimento dicendomi che queste venivano regolarmente fatturate.
Un pizzo con una parvenza di “legalità”?
Mi dicevano: “Noi ti garantiamo
in modo che te la puoi scaricare”, mi volevano in qualche modo alleggerire la
posizione. Il vero problema non era pagare il pizzo, che nel mio caso era intorno
ai 2000 euro, cifra importante ma comunque non distruttiva per l’azienda. Il
problema era l’invadenza della mafia in qualsiasi attività della mia azienda:
dalle costruzioni all’impianto elettrico, agli scavi. Qualunque cosa facessi
dovevo farla solo con determinati soggetti che mi venivano indicati.
Quindi il pizzo era diventato una sorta di controllo indiretto
sull’azienda?
Il nodo è proprio questo: il
pizzo è un biglietto da visita. La mafia aggancia così l’azienda, vi entra
dentro e la utilizza a 360 gradi. E’ vero che l'azienda è tua ma se non puoi
avere l'elettricista che vuoi, le opere edili che vuoi, alla fine ne perdi il
completo controllo. Loro ti impongono addirittura il personale, anche se nel
mio caso sono sempre riuscito a evitarlo per via della manodopera specializzata
di cui avevo bisogno.
Come mai a un certo punto lei decide di denunciare?
A fine 2008 mi avvicino
all’associazione antiracket Addiopizzo. Succede così che parlo finalmente in
modo compiuto con qualcuno di questi problemi. Non ero più solo. Da lì comincio
a collaborare e quindi a non pagare più. Dopo un periodo travagliato fatto di
pressioni affinché pagassi e di intercettazioni da parte della polizia, i miei
estorsori vengono tutti arrestati.
Cosa l’ha spinta a collaborare?
In primis mi ha spinto il fatto
di non essere più solo. Quando uno è solo non ha speranza, la solitudine ti
porta a non sapere che fare. Io questo l’ho vissuto e il risultato è stato che
mi sono venuti a minacciare ogni giorno e se non fosse scattato l’arresto
probabilmente avrei subito dei danni allo stabilimento. Loro mi dicevano: “Noi
bombe non ne mettiamo qua non abbiamo queste usanze, noi ti facciamo chiudere
l’attività, ti tagliamo fuori con i clienti”.
Cos’altro ha influito sulla sua scelta?
L’ho fatto principalmente per i
miei figli, avevo imbarazzo nei loro confronti. Come fa un padre, dopo avere
educato al rispetto delle regole, al senso civico a dire poi al proprio figlio:
“Sappi che c’è lo zio Pino e tu ogni mese gli devi dare una busta con 3 mila
euro”?
Perché non tutti riescono a uscire dal tunnel del pizzo?
Le persone non denunciano per
paura. Poi c’è un problema generazionale: uscirne per le vecchie generazioni
non è facile. Io non ho un genitore capostipite nell’azienda, ho creato tutto
io e decido. I figli della mia età che lavorano con i loro padri vorrebbero
chiudere la partita ma non riescono a farlo per via dei genitori che purtroppo
con questo fenomeno ci sono nati. Col cambio generazionale la cosa si evolverà,
conto molto su questo.
Lei pensa che oggi ci siano più opportunità per i commercianti di
alzare la testa?
Assolutamente sì, questo è un
momento storico in cui basterebbero fare denunce di massa. Basterebbe che in
ogni strada si mettessero d’accordo in 5. Quando sei solo fai delle
stupidaggini di proporzioni bibliche, non sai come andare, non sai se fidarti,
non sai con chi parlarne. Oggi si sta finalmente costruendo una rete ed è
questa la forza di associazioni come Addiopizzo e Libero Futuro che indicano la
strada e l’iter da percorrere. Una rete partita dal basso ed è questa la
rivoluzione che oggi fa la differenza.
Ha un messaggio da lanciare a quei commercianti che vorrebbero
denunciare?
E’ il momento giusto: parlatene
con qualcuno vicino a qualche associazione, non vi scoraggiate e non fate da
soli, tanta gente oggi non sta pagando ma sta facendo da sé, parlare con
associazioni come Addiopizzo e Libero Futuro non vuol dire denunciare, ma vuol
dire capire. Le istituzioni e le associazioni antiracket sono la risposta
vincente.