La storia dello "Schindler" italiano che fingendosi un diplomatico spagnolo salvò migliaia di ebrei del ghetto di Budapest è ora raccontata da una biografia pubblicata da Chiarelettere. LEGGI UNO STRALCIO DEL LIBRO
27 gennaio, 2010
Il francobollo commemorativo che le Poste Italiane hanno dedicato a Giorgio Perlasca sarà emesso per il centenario della nascita, il 31 gennaio 2010
Fino alla primavera del 1990 ben poche persone in Italia
conoscevano il nome di Giorgio Perlasca. Poi, il 30 aprile
di quell’anno, andò in onda su Rai Due una puntata di
Mixer a lui dedicata.
D’un tratto milioni di telespettatori
appresero la storia del commerciante padovano che
nel 1944 a Budapest aveva salvato la vita a migliaia di
ebrei spacciandosi per un diplomatico spagnolo. L’anno
successivo uscì il libro di Enrico Deaglio La banalità del
bene (Feltrinelli, Milano 1991), che ebbe subito un grande
successo.
Nel gennaio 2002, in occasione del Giorno
della memoria, fu trasmesso in prima serata su Rai Uno
il film Perlasca. Un eroe italiano diretto da Alberto Negrin e
interpretato da Luca Zingaretti.
Finalmente gli italiani sapevano, ma per Perlasca era tardi.
Nel 1990, quando fu «scoperto» dalla televisione, aveva
ottant’anni; sarebbe morto nel 1992. Per oltre quattro
decenni la sua vicenda era stata sepolta sotto una coltre
impenetrabile di silenzio. Soltanto nel 1987 un gruppo di
donne ungheresi si era mobilitato per rintracciarlo e fare
conoscere al mondo il suo ruolo di salvatore degli ebrei.
Grazie ai loro sforzi erano arrivati a partire dal 1989 i riconoscimenti dell’Ungheria, di Israele (che lo insignì dell’onorificenza
di «Giusto tra le Nazioni»), della Spagna e
degli Stati Uniti. In Italia tutto taceva.
Dopo il ritorno dall’Ungheria, nel 1945, Perlasca aveva
trascorso una vita anonima, fatta di precarietà lavorativa e
di difficoltà economiche. «Non ho vergogna a ricordare che
tante volte ho avuto difficoltà a mettere insieme il pranzo
con la cena» confidò a Deaglio.
Le istituzioni italiane parevano sorde a qualsiasi appello.
Per anni, nell’immediato dopoguerra, Perlasca si era rivolto
ai politici per far conoscere la sua storia. Poi aveva smesso,
stanco di non essere ascoltato. Neppure i suoi familiari sapevano
con precisione che cosa aveva fatto a Budapest in quel
terribile inverno del 1944, quando i nazisti ungheresi incalzati
dall’avanzata dell’Armata rossa erano stati sul punto di
incendiare il ghetto che conteneva più di settantamila ebrei.
Dopo la messa in onda della puntata di Mixer a lui dedicata,
l’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga
lo ricevette per un breve colloquio al Quirinale.
Deaglio, che
lo accompagnò, racconta che l’ottantenne Perlasca dovette
farsi a piedi un buon tratto di strada perché nessuno era
andato a prenderlo in macchina.
Cossiga lo ringraziò «come
uomo e come italiano» per ciò che aveva fatto. Qualche
tempo dopo Perlasca ricevette a casa, per posta, il diploma
di Grande ufficiale della Repubblica, accompagnato da una
lettera in cui si faceva presente che, se voleva la medaglia,
avrebbe dovuto acquistarla. Perlasca era amareggiato dall’indifferenza
dello Stato italiano, e fu sul punto di rifiutare
anche il vitalizio che il Consiglio dei ministri gli accordò nel
1991 per effetto della legge Bacchelli e che gli fu erogato per
pochi mesi prima della morte.
Uno dei fattori che ebbero senz’altro un peso nell’obliterazione
della memoria fu la sua precoce adesione al fascismo, mai rinnegata. Anche se aveva ripudiato fin da subito
le leggi razziali e l’alleanza di Mussolini con la Germania
nazista, Perlasca rimase per tutta la vita un uomo di destra.
I riconoscimenti dunque non potevano venire, e non
vennero, dalla sinistra: come conciliare dal punto di vista
ideologico il paradosso di un uomo che aveva salvato le
vite di tanti ebrei, ma aveva anche militato nelle camicie
nere combattendo nella guerra in Etiopia e dalla parte dei
franchisti in Spagna durante la violentissima guerra civile
del 1936-39?
Nemmeno la destra, però, ha avuto il coraggio e la forza
di promuovere Perlasca tra le file dei suoi uomini migliori.
Nell’Italia del dopoguerra egli era considerato dalla destra
italiana un traditore perché aveva rifiutato le leggi razziali,
e dopo l’8 settembre si era schierato dalla parte del re,
contro Mussolini. Il Movimento sociale italiano, il maggior
partito neofascista nel dopoguerra, era stato fondato ed era
gestito da uomini come Giorgio Almirante, Pino Romualdi
e Arturo Michelini, che avevano aderito alla Repubblica
di Salò.
Il clima ideologico di quegli anni, esacerbato dalla
guerra fredda e dalla violenta contrapposizione politica,
non lasciava spazio a figure «ambigue».
Spicca poi un altro gravissimo silenzio: quello della Chiesa
cattolica. Alla fine della guerra erano tornati in Vaticano
tre uomini che a Budapest avevano sottratto molti ebrei
alla deportazione e alla violenza nazista: il nunzio apostolico
Angelo Rotta, il segretario della nunziatura Gennaro
Verolino e Ángel Sanz Briz, il diplomatico spagnolo che
aveva dato carta bianca a Perlasca, permettendogli di agire
a nome della Spagna. Tutti e tre avevano conosciuto Giorgio
Perlasca a Budapest nell’inverno 1943-44 ed erano stati
testimoni del suo impegno a favore degli ebrei. Possibile
che nessuno si ricordasse di lui?
Anche il silenzio della pubblicistica è sconcertante.
Dalbert Hallenstein, giornalista investigativo australiano, ha lavorato nel Sud-Est asiatico e in Europa, soprattutto in Italia. Ha scritto per The Melbourne Age, The Sunday Times di Londra, The European e The International Herald Tribune. È autore di diversi saggi, fra i quali "The Super Poison" con Tom Margerison e Marjorie Wallace (Macmillan, 1979) e "Doing Business in Italy" (BBC Books, 1990). Ha collaborato con Ferruccio Pinotti e Udo Gümpel
al libro "Berlusconi Zampano. Die Karriere eines genialen Trickspielers" (Riemann Verlag, 2006). Attualmente abita in una sperduta contrada delle colline veronesi dove coltiva olivi e suona il flauto.
Carlotta Zavattiero, giornalista e scrittrice padovana, ha lavorato per diverse testate locali come Il Corriere di Verona, L’Arena, Il Verona e come corrispondente per Radio24. Ha pubblicato "Alessandro il Macedone. Il pensiero e il
cuore di Alessandro Magno" (Bonaccorso, 2005) e ha collaborato con Ferruccio Pinotti al libro "Olocausto bianco" (Bur, 2008). Vive a Verona, dove insegna italiano, greco e latino. Appassionata di lingue straniere, collabora con l’agenzia Piccolo Moresco di Madrid. Al momento sta pianificando un trasferimento
definitivo a Parigi.