"Graviano mi parlò di quello di Canale 5 e mi disse che grazie a lui e al nostro compaesano ci eravamo messi il Paese in mano": ecco la deposizione del pentito Gaspare Spatuzza al processo d'appello contro Dell'Utri. LA TESTIMONIANZA IN VIDEO
"Ho fatto parte dagli anni Ottanta al Duemila di un'associazione terroristico-mafiosa denominata Cosa nostra. Dico terroristica per quello che mi consta personalmente, perché dopo gli attentati di via D'Amelio e Capaci, ci siamo spinti oltre, come l'attentato al dottor Costanzo (Maurizio ndr)". Con queste parole il pentito Gaspare Spatuzza ha iniziato la sua deposizione al processo d'appello a carico del senatore Marcello Dell'Utri, condannato in primo grado a nove anni per concorso di associazione mafiosa.
Il pentito di mafia, di fronte ai giudici della seconda sezione della Corte d'Appello di Palermo, in trasferta per ragioni di sicurezza a Torino, ribadisce le dichiarazioni già fatte ai pm, cioè di aver saputo dai suoi boss, i
fratelli Graviano, che Cosa Nostra fra il '93 e il '94 aveva in Dell'Utri e
Berlusconi i suoi referenti politici. "Nel '94 incontrai Giuseppe Graviano in un bar in Via Veneto, aveva un
atteggiamento gioioso, ci siamo seduti e disse che avevamo chiuso
tutto e ottenuto quello che cercavamo grazie alla serietà delle persone
che avevano portato avanti quella storia. Mi vennero fatti due nomi tra
cui quello di Berlusconi. Io chiesi se era quello di Canale 5 e mi
disse: sì. C'era pure un altro nostro paesano (concittadino). Grazie
alla serietà di queste persone ci avevano messo il paese nelle mani".
Spatuzza parla delle stragi. "Capaci e via D'Amelio ci appartengono, gli altri morti no" afferma Spatuzza. E aggiunge: "Oggi posso dire che vigliaccamente, dopo la strage di Capaci abbiamo gioito e altrettanto vigliaccamente lo abbiamo fatto anche dopo la strage di via D'Amelio".
"Giuseppe Graviano durante un incontro avvenuto nel '94 mi disse 'è bene che ci portiamo un po' di morti dietro, così chi si deve dare una mossa se la dà...'. Me lo disse quando io feci delle rimostranze al suo progetto di uccidere un bel po' di carabinieri" continua Spatuzza.
"Dissi a Graviano che ci stavamo portando un po' di morti che non ci appartenevano, pensavo ad esempio ai cinque morti che c'erano stati tra Milano e Firenze, tra cui la bellissima bambina fiorentina - aggiunge - Era un terrorismo che a noi non apparteneva. Ma Graviano mi disse che era bene che ci portassimo dietro questi morti".
Poi, il pentito di mafia, rispondendo al pg Antonino Gatto che gli chiede se ci fossero collusioni tra la mafia e la politica, ricorda che nel luglio del '93, mentre si trovava a Roma per l'attentato da compiere "alla chiesa San Giovanni, Giuseppe Graviano mi fece consegnare cinque lettere a Fifetto Cannella da imbucare la sera prima dell'attentato. E questo per me era un'anomalia, che noi informassimo qualcuno sull'attentato".
Spatuzza è entrato in aula coperto da un paravento per non essere inquadrato. Spatuzza, scortato da una trentina tra carabinieri e poliziotti, è entrato indossando un cappello con visiera per coprire il viso. Presente in aula anche l'imputato, Marcello Dell'Utri, circondato dai suoi legali. "Spatuzza non è un pentito dell'antimafia, ma della mafia. Il governo
Berlusconi è quello che più si è impegnato nella lotta a Cosa Nostra", ha detto
Dell'Utri parlando con i giornalisti durante una pausa del processo.
L'accusa è rappresentata dal pg Antonino Gatto.
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