di Cristina Bassi

«Ho conosciuto i genitori e la sorella di Stefano Cucchi. Gli ho detto che avrei voluto che la condanna per omicidio ai quattro agenti che hanno tolto la vita a Federico potesse impedire il ripetersi di quelle violenze e quei silenzi che abbiamo conosciuto noi. Al padre avevano parlato di infarto… mi ricorda il malore che avevano attribuito a Federico. Chi ha spezzato la schiena a Stefano Cucchi? Chi l’ha picchiato? Chi l’ha lasciato senza cibo e cure da solo sotto un lenzuolo?». Patrizia Moretti, la mamma di Federico Aldrovandi, non ha smesso di lottare.
Nel blog che ha aperto dopo la morte di suo figlio, avvenuta a Ferrara nel 2005, ha seguito ogni passo delle indagini e del processo, pubblicando immagini e documenti che sono diventati un’inchiesta parallela a quella ufficiale. E ora, dopo che nel luglio scorso quattro agenti di polizia sono stati condannati per omicidio colposo, segue la vicenda di Stefano Cucchi, morto a Roma il 22 ottobre, una settimana dopo essere stato arrestato dai carabinieri per il possesso di pochi grammi di droga.
La storia di Federico, o meglio la parte diventata cronaca, comincia la notte del 25 settembre 2005. Quattro agenti, tre uomini e una donna, fermano il 18enne di ritorno da una notte di divertimento a Bologna. Il ragazzo è in stato confusionale, dicono i poliziotti, reagisce violentemente e viene ammanettato. Morirà sul selciato vicino all’ippodromo di Ferrara. La versione della Questura parla di un malore dovuto alla droga assunta dal ragazzo, ma da subito la famiglia di Federico solleva dei dubbi. Comincia una ricerca della verità tra perizie, filmati (qui le drammatiche scene sul luogo della morte), trasmissioni televisive (qui il video della partecipazione a Chi l'ha visto), articoli di giornale, mobilitazioni dell’opinione pubblica.
La tesi degli esperti della famiglia è che il ragazzo sia stato picchiato e che sia morto per arresto cardiocircolatorio perché uno degli agenti è montato sopra di lui per ammanettarlo mentre era steso. Nel marzo 2006 parte l’inchiesta, i quattro agenti vengono iscritti nel registro degli indagati. Un testimone dice di aver visto la colluttazione: gli indagati saranno rinviati a giudizio. I poliziotti negano di aver picchiato Federico, ma le immagini del corpo con il viso tumefatto e insanguinato smentiscono la difesa.
Dalle indagini emergono anche elementi sull’inchiesta stessa. Si scopre che il pm non aveva fatto alcun sopralluogo sulla scena della morte, che l’auto della polizia, contro la quale secondo la Questura Federico si era ferito da solo alla testa, non era stata sequestrata, così come i manganelli, di cui due rotti, e che il nastro con le comunicazioni tra la centrale e la pattuglia era stato messo a disposizione della procura solo molto tempo dopo i fatti. «L’abbiamo bastonato di brutto, ora è svenuto, non so», si sente tra l’altro nella registrazione. Perciò viene aperta una seconda inchiesta per vari reati, tra cui falso, omissione e mancata trasmissione di atti.
Durante il processo viene mostrato anche il filmato della Scientifica fatto all’alba del 25 settembre 2005. Federico è steso a terra con la maglietta alzata, gli agenti commentano: «Magari questo era la prima volta che si impasticcava».
Il 6 luglio 2009 il tribunale di Ferrara condanna Monica Segatto, Paolo Forlani, Enzo Pontani e Luca Pollastri a tre anni e sei mesi per eccesso colposo in omicidio colposo. Quando il giudice Francesco Maria Caruso legge la sentenza, in aula parte un applauso. La madre, il padre e il fratello minore di Federico si abbracciano. I quattro imputati, i cui legali annunciano subito il ricorso in appello, non sconteranno la pena grazie all’indulto. E sono rimasti nella polizia.

Denuncia choc: tutte le notizie su il caso di Stefano Cucchi