Il Mediterraneo è un mare di plastica. O, per usare le parole di alcuni ricercatori, è una vera e propria “zuppa di plastica”. Ogni giorno, secondo un rapporto dell’Unep, finiscono nelle sue acque 731 tonnellate di rifiuti plastici. Senza un cambio di rotta, avverte l’Agenzia ambientale delle Nazioni Unite, questa cifra potrebbe raddoppiare entro il 2025. Il Mare Nostrum e le sue spiagge sono considerati da diversi esperti come una delle zone più critiche per quanto riguarda la spazzatura marina. Il 95 per cento di questa spazzatura è plastica. E anche se in assoluto la quantità alla deriva nel Mediterraneo è più bassa di quella negli oceani (guarda la mappa), la concentrazione (pezzi per chilometro quadrato) in alcuni punti delle sue acque è tra le più alte del mondo. Persino maggiore di quella del Pacifico, che ospita la Great Pacific garbage patch.
A differenza degli oceani, però, il problema del Mediterraneo non riguarda tanto la spazzatura di grandi dimensioni, che comunque ha iniziato a formare anche qui delle vere e proprie isole in mezzo all’acqua. Riguarda soprattutto i rifiuti che non riusciamo a vedere: la microplastica, frammenti di meno di 5 millimetri che, ad esempio, abbondano nei cosmetici e nei prodotti per l’igiene personale, ma che possono anche essere il risultato del deterioramento di rifiuti più grandi.

Il problema delle microplastiche -  Il 92 per cento della plastica presente nel Mare Nostrum è più piccola di 5 millimetri. Secondo una stima di Greenpeace, nei mari di tutto il mondo se ne trovano dai 5mila ai 50mila miliardi. I dati dell’Unep dicono che nel Mediterraneo nuotano 250 miliardi di frammenti e che ogni anno ne arrivano 677 tonnellate. Sfere, granuli, pellicole, lenze e schiuma sono le microplastiche più diffuse nel nostro mare. Anche se quasi il 90 per cento sono frammenti di oggetti più grandi, come bottiglie o tappi.
La microplastica non la vediamo a occhio nudo, ma gli scienziati ne hanno trovato traccia negli angoli più sperduti del Pianeta. E se i pezzi di plastica più grandi feriscono o uccidono gli animali marini (spesso anche specie a rischio come le tartarughe Caretta Caretta), questi frammenti vengono ingeriti da organismi che poi arrivano nei nostri piatti. Con effetti che, anche se gli studi in merito sono ancora agli inizi, sembrano dannosi anche per l’uomo.
 

 


Una concentrazione superiore a quella del Pacifico -
Uno studio pubblicato su Nature, dal titolo “The Mediterranean Plastic Soup”, svela che in alcuni punti del nostro mare la concentrazione di microplastiche rilevata è la più alta del mondo: “Una media di 1,25 milioni di frammenti di plastica a chilometro quadrato, contro i 335mila del Pacifico”. La ricerca, che ha analizzato dati raccolti per tre anni ed è stata condotta dall’Istituto di scienze marine del Consiglio nazionale delle ricerche di Lerici (Ismar-Cnr) in collaborazione con alcune università, ha anche confermato che la distribuzione delle microplastiche nel Mediterraneo non è omogenea. Il punto peggiore, dicono gli scienziati, è nel tratto compreso tra la Corsica e la Toscana: 10 chili di microplastiche per ogni chilometro quadrato. Il migliore è a nord-est della Puglia e a largo delle coste occidentali della Sicilia e della Sardegna: 2 chili di microplastica per ogni chilometro quadrato. In acqua sono stati “pescati” inquinanti di tutti i tipi: polietilene, polipropilene, poliammidi, vernici. E anche policaprolactone, teoricamente biodegradabile.

L’Italia tra i Paesi che inquinano di più - Bottiglie, buste, tappi, coperchi, palloni, imballaggi per il cibo, contenitori, teli, accendini, involucri dei pacchetti di sigarette. Sono questi invece, secondo il rapporto dell’Unep, i rifiuti grossi più diffusi nel Mediterraneo e sulle sue spiagge. Tutti materiali che non si decompongono o lo fanno molto lentamente. Nel documento si legge che nelle zone costiere del nostro mare (entro i 50 chilometri dalla costa) vivono oltre 208 milioni di persone. Queste producono circa 361mila tonnellate di spazzatura ogni giorno, di cui almeno il 10 per cento è plastica. Il 2 per cento di questi rifiuti finisce in mare. L’Italia, che è uno dei Paesi con il più importante affaccio sul Mediterraneo e una popolazione costiera di oltre 33 milioni di persone, è il terzo Stato inquinatore. Il Paese che disperde più plastica nel Mare Nostrum è la Turchia, con 144 tonnellate al giorno. Segue la Spagna, con 125 tonnellate. E sul gradino più basso di questo podio poco lusinghiero c’è, appunto, l’Italia: 89.755 chili al giorno.

I fattori critici - Ad amplificare i problemi d’inquinamento del Mediterraneo sono diversi elementi. Ad esempio il fatto che sia un mare chiuso: una particella potrebbe avere un tempo di permanenza pari a mille anni. In teoria, cioè, partendo dall’Adriatico potrebbe impiegare un millennio per attraversare lo stretto di Gibilterra e finire nell’oceano. Non solo. Altri fattori critici sono le sue coste densamente popolate, il turismo molto sviluppato, il traffico marittimo intenso (nelle sue acque passa il 30% del traffico marittimo mondiale).

I fiumi inquinati - Nel Mare Nostrum, poi, sboccano fiumi inquinati come il Danubio e il Po. Da anni si cerca un modo per bloccare i rifiuti alla foce degli affluenti e fermarli prima che arrivino al mare. Il progetto “Plastic Sea Sweeper” di Castalia, consorzio che da 30 anni si occupa della salvaguardia delle acque, ha proprio questo obiettivo. L’idea è quella di formare una barriera galleggiante, creata con reti di nylon fisse e imbarcazioni a pescaggio ridotto, per contenere e raccogliere la plastica prima che arrivi al mare. Lo scorso luglio Castalia ha eseguito un test alla foce del fiume Sarno (Napoli): in 12 ore, grazie a una rete posizionata in acqua, sono stati raccolti 55 chili di materiali plastici galleggianti. A conti fatti, quindi, questo fiume trasporta in mare, anche in assenza di pioggia e in una situazione di lento deflusso delle acque, tra i 4 e i 5 chili di rifiuti di plastica all’ora.

La situazione dei fondali - Non solo galleggiante. La plastica è anche il tipo di spazzatura più presente sui fondali del Mediterraneo. Secondo alcune ricerche citate dall’Unep, in alcuni punti ce ne sarebbero 100mila pezzi per chilometro quadrato: una delle densità più alte del mondo. È per questo che, in certe zone, oltre la metà del contenuto delle reti tirate su dai pescatori è spazzatura e, di questa spazzatura, circa il 90 per cento è plastica. In alcuni casi anche il 100 per cento.

Dal Mediterraneo alle nostre tavole - Oltre alla plastica che finisce nelle reti, poi, c’è da considerare quella che finisce nello stomaco degli animali marini. Le microplastiche, infatti, sono talmente piccole che vengono inghiottite da diverse specie. Dai pesci ai molluschi, fino ai crostacei. Questi microframmenti risalgono la catena alimentare e arrivano fino agli esseri umani. Siamo a rischio ogni volta che mettiamo nel piatto tonno, pesce spada, sgombro, spigola, granchi, cozze. E anche se non si sa ancora con certezza quali siano i pericoli per la nostra salute, probabilmente le sostanze chimiche presenti nelle diverse materie plastiche sono dannose per il nostro organismo (GUARDA L'INFOGRAFICA). Secondo quanto riporta uno studio dell’Università Politecnica delle Marche si trovano tracce di microplastiche in almeno il 30 per cento del pescato dell’Adriatico. Ci sono, poi, i dati di Greenpeace: sono almeno 170 gli organismi marini, vertebrati e invertebrati, che certamente ingeriscono i microframmenti. Ed è così che la “zuppa di plastica” del Mediterraneo arriva sulle nostre tavole.


Nel Mediterraneo i pesci vivono in un mare di plastica


Gli effetti delle plastiche nel Mediterraneo