Almeno 8 milioni di tonnellate di plastica finiscono in mare ogni anno. È come se, ogni minuto per 365 giorni, un camion della spazzatura riversasse tutto il suo contenuto in acqua. Senza sosta. Se non ci sarà un cambio di rotta, con una diminuzione della produzione e una maggiore attenzione allo smaltimento, nel 2050 i camion al minuto diventerebbero quattro. In quella data, in termini di peso, gli oceani potrebbero contenere più bottigliette che pesci. L’allarme è stato (ri)lanciato un anno fa a Davos, in Svizzera, all’apertura del Forum economico mondiale. Secondo il dossier presentato in quell’occasione, nei mari di tutto il mondo oggi ci sarebbero oltre 150 milioni di tonnellate di materie plastiche. Tra le acque più inquinate ci sono quelle del Mediterraneo. Il problema, infatti, non riguarda solo la spazzatura di grandi dimensioni (che spesso forma delle vere e proprie isole in mezzo all’acqua), ma anche i rifiuti che non riusciamo a vedere: la concentrazione delle microplastiche a largo delle nostre coste è persino maggiore di quella del Pacifico (che ospita la Great Pacific garbage patch). A farne le spese, ovunque, sono gli esseri viventi. Se l’immondizia danneggia la flora e provoca il soffocamento e la menomazione degli animali marini, le particelle vengono spesso ingerite da organismi che poi finiscono nei nostri piatti. Con effetti che, anche se gli studi in merito sono ancora agli inizi, sembrano dannosi anche per l’uomo.



Quanta plastica viene prodotta nel mondo?

Le materie plastiche sono una famiglia molto vasta, che comprende materiali artificiali caratterizzati da una particolare struttura macromolecolare. Tra le più famose ci sono il Pet (utilizzato soprattutto per le bottiglie), il Pe (per sacchetti e giocattoli), il Pvc. Nel mondo, ogni anno, vengono prodotti circa 300 milioni di tonnellate di plastica. In cinquant’anni la produzione è aumentata di venti volte. Si stima che, continuando così, nel 2050 il 20 per cento dell’intera produzione mondiale di petrolio servirà solo per la plastica. La maggiore produttrice è la Cina, seguita dall’Europa. La domanda di plastica del nostro continente nel 2015 è stata di circa 50 milioni di tonnellate: di questi, il 70  per cento è stato richiesto da sei Stati (Germania, Italia, Francia, Spagna, Uk, Polonia). L’Italia, secondo l'ultimo rapporto della Beverage Marketing Corporation, è il primo Paese europeo per consumo pro capite di acqua in bottiglia (di plastica): con i suoi 178 litri l’anno per abitante, sta dietro solo a Messico e Thailandia. La maggior parte della plastica usata in Europa, circa il 40 per cento, la troviamo nel packaging (scatole e involucri). Soprattutto imballaggi di cibi, bevande e vestiti. Di questi, però, meno del 15 per cento viene riciclato e la percentuale si abbassa drasticamente se consideriamo la plastica in generale (si parla del 5%). Quasi un terzo degli oggetti di plastica prodotti a livello globale, in pratica, viene abbandonato nell’ambiente.

Cos’è la microplastica?
Secondo alcune ricerche pubblicate anche su Science, più della metà della plastica che finisce negli oceani (circa il 60 per cento) proviene da cinque nazioni asiatiche: Cina, Filippine, Thailandia, Indonesia e Vietnam. Non parliamo solo di buste, bottiglie, giocattoli. La maggior parte della plastica che soffoca gli oceani, oltre il 90 per cento, si trova in forma di microplastica: frammenti di meno di 5 millimetri che abbondano nei cosmetici e nei prodotti per l’igiene personale, ma che possono anche essere il risultato del deterioramento di rifiuti più grossi. Secondo una stima di Greenpeace, nei mari di tutto il pianeta se ne trovano dai 5mila ai 50mila miliardi. Non li vediamo a occhio nudo, ma gli scienziati ne hanno trovato traccia negli angoli più sperduti del Pianeta. Perfino in Artide e Antartide. Queste particelle sono finite inglobate nelle rocce (com’è stato osservato, ad esempio, alle Hawaii), nei ghiacciai, nei fondali marini, nello stomaco di vari animali. Anche il Mediterraneo ne è infestato.

Qual è la situazione nel Mediterraneo?

Il Mediterraneo è, letteralmente, un mare di plastica. Secondo un rapporto dell’Unep (Agenzia ambientale delle Nazioni Unite), ogni giorno finiscono nelle sue acque 731 tonnellate di rifiuti in plastica. Il Paese che ne disperde di più nel Mare Nostrum è la Turchia (144 tonnellate al giorno), seguita da Spagna (125) e Italia (89,7). Il problema più grosso nel Mediterraneo sono le microplastiche: il 92 per cento della plastica presente è più piccola di 5 millimetri. Uno studio pubblicato su Nature, condotto dall’Istituto di scienze marine del Consiglio nazionale delle ricerche di Lerici (Ismar-Cnr) in collaborazione con alcune università, parla di “Mediterranean soup”: una zuppa mediterranea di plastica. In alcuni punti del mare, la concentrazione di particelle rilevata è la più alta del mondo: “Una media di 1,25 milioni di frammenti di plastica a chilometro quadrato, contro i 335 mila del Pacifico”. La distribuzione delle microplastiche non è omogenea. Il punto peggiore, secondo lo studio che ha raccolto dati per tre anni, è nel tratto compreso tra la Corsica e la Toscana (10 chili di microplastiche per ogni chilometro quadrato). Il migliore a nord-est della Puglia e a largo delle coste occidentali della Sicilia e della Sardegna (2 chili di microplastica per ogni chilometro quadrato). In acqua sono stati “pescati” inquinanti di tutti i tipi: polietilene, polipropilene, poliammidi, vernici. E anche i biopolimeri, teoricamente biodegradabili. A peggiorare la situazione c’è il fatto che il Mediterraneo è un mare chiuso: una particella potrebbe avere un tempo di permanenza pari a mille anni. In teoria, cioè, partendo dall’Adriatico potrebbe impiegare un millennio per attraversare lo stretto di Gibilterra e finire nell’oceano. Nelle acque del Mare Nostrum, poi, sboccano fiumi inquinati come il Danubio e il Po.

Cosa sono le isole di plastica?
Anche se il problema principale del Mediterraneo sono le microplastiche, c’è un altro pericolo da tenere d’occhio: pure nel nostro mare si stanno formando delle isole di rifiuti, anche se molto più piccole di quelle oceaniche. In tutto, negli oceani del mondo, le isole di plastica sono cinque: due nell’Atlantico, due nel Pacifico e una nell’Indiano. In questo caso i nemici non sono invisibili, ma sono oggetti di plastica distinguibili. Le isole, infatti, non sono altro che degli enormi accumuli di spazzatura. I rifiuti si raggruppano in queste zone attratti dai vortici di corrente. L’isola più famosa è la Great Pacific garbage patch (detta anche Pacific trash vortex), che si è formata negli anni Cinquanta e non smette di crescere. Si trova tra la California e le Hawaii e, secondo alcune stime, sarebbe arrivata a 10 milioni di chilometri quadrati. Ad alimentarla, oltre alla spazzatura abbandonata dalle persone e ai detriti che il mare raccoglie durante gli tsunami, sono anche i container trasportati dalle navi cargo che ogni tanto si rovesciano. Vicino a questi vortici, dicono gli esperti, se cali una rete raccogli più plastica che vita marina.

Maldive, paradiso a rischio?
La plastica non è un problema solo negli oceani, ma anche sulla terraferma. Un esempio su tutti? Le Maldive, un paradiso che rischia di sprofondare nei rifiuti. Composta da 1.192 isole nel cuore dell’oceano Indiano, la Repubblica ospita ogni anno circa un milione di turisti. Per smaltire la loro spazzatura è stata creata Thilafushi, l’isola-discarica artificiale più grande al mondo: brucia rifiuti a cielo aperto per ventiquattro ore al giorno, sette giorni su sette, creando una colonna di fumo tossico visibile a 70 chilometri di distanza. Si trova a meno di 7 chilometri dalla capitale Malè. Dentro c’è di tutto, compresa tanta plastica. La stessa che sempre più spesso viene abbandonata sulla sabbia dell’arcipelago e poi finisce in mare. La pulizia degli oceani, dicono in tanti, dovrebbe partire proprio da lì. Dalle spiagge e dalle coste.

Che rischi ci sono per gli animali marini?
A fare le spese per l’invasione della plastica negli oceani sono soprattutto i suoi abitanti. Per gli animali marini sono un pericolo sia le macroplastiche sia le microplastiche. Pesci, tartarughe e foche, ad esempio, possono rimanere impigliati nei grossi pezzi di plastica e ferirsi o morire nel tentativo di liberarsi. Altre volte, poi, possono strangolarsi mentre cercano d’ingoiare sacchetti o detriti troppo grandi. Le microplastiche, invece, sono talmente piccole che vengono inghiottite senza problemi da diverse specie. Dai pesci ai molluschi, fino ai crostacei. Tanto che, come riporta uno studio dell’Università Politecnica delle Marche, se ne ritrovano tracce in almeno il 30 per cento del pescato dell’Adriatico. Ci sono, poi, i dati di Greenpeace: sono almeno 170 gli organismi marini, vertebrati e invertebrati, che certamente ingeriscono i microframmenti. “Uno studio condotto su 121 esemplari di pesci del Mediterraneo centrale – spiega l’associazione ambientalista –, tra cui specie commerciali come il pesce spada, il tonno rosso e tonno alalunga, ha identificato la presenza di frammenti di plastica nel 18,2 per cento dei campioni analizzati”.

Ci sono rischi anche per l’uomo?
L’ingestione della plastica riguarda anche gli altri animali che si nutrono di pesci. Come gli uccelli. E, ovviamente, gli uomini. Siamo a rischio ogni volta che mettiamo nel piatto tonno, pesce spada, sgombro, spigola, granchi, cozze. La nostra zuppa, avvertono alcuni studiosi, è sempre più una zuppa di plastica. I microframmenti, infatti, arrivano agli esseri umani risalendo la catena alimentare. Non si sa ancora con certezza quali siano i rischi per la nostra salute, ma probabilmente le sostanze chimiche presenti nelle diverse materie plastiche sono dannose per il nostro organismo. Dalle prime ricerche, ad esempio, sembra che alcune possano interferire con il sistema endocrino e con lo sviluppo del feto, altre siano tossiche per il sistema immunitario, altre ancora cancerogene.

Cosa possiamo fare?
Per cercare di arginare un problema già grave bisogna agire subito. Le strade sono due: da una parte bisognerebbe diminuire il consumo (e quindi la produzione) di plastica, dall’altra c’è la necessità di smaltirla nel modo corretto. In entrambe le direzioni sono già state fatte delle mosse. Alcune città, come San Francisco, Amburgo e Montreal, hanno messo al bando le bottiglie di plastica. Altre hanno avviato campagne per sensibilizzare (ed educare) più gente possibile su come differenziare. Ma per raggiungere risultati concreti c’è bisogno non di azioni isolate, ma della collaborazione di istituzioni, cittadini e aziende. La plastica, ad esempio, non dovrebbe finire nelle discariche: una parte dovrebbe essere riciclata e un’altra usata per ricavare energia. Alcuni Paesi sono sulla strada giusta. L’Italia può migliorare. Legambiente e altre associazioni hanno lanciato la proposta di arrivare a zero plastica in discarica entro il 2020. La cosa più importante, intanto, è che la plastica non venga mai abbandonata per strada o nei corsi d’acqua. Ognuno di noi dovrebbe impegnarsi a buttarla nei cassonetti giusti. Una goccia di civiltà in un oceano di spazzatura.