Google annuncia la stretta sui contenuti offensivi

Google, insieme a Facebook, è il colosso della pubblicità online (Getty Images)
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Il colosso del web ha promesso misure più stringenti e l'impiego di nuovo personale addetto a controllare i contenuti che ospitano gli spot. Nei giorni scorsi Mountain View è stata accusata di lassismo nei confronti di alcuni messaggi di stampo antisemita ospitati su YouTube, associati a pubblicità di grossi marchi

Dopo le polemiche dei giorni scorsi sollevatesi nel Regno Unito, Google ha annunciato il cambiamento delle proprie policy sui contenuti di messaggi xenofobi, offensivi o razzisti comparsi vicino ai messaggi pubblicitari di noti brand.

In un post, il chief business officer di Google, Philipp Schindler, ha dichiarato che la società “prenderà una posizione più rigida sui contenuti offensivi, spregiativi e carichi d'odio” tenendo conto di come “gli inserzionisti non vogliano che i loro annunci” compaiano “accanto a contenuti non allineati con i loro valori”.

 

La vicenda – A sollevare la questione era stata dapprima un'inchiesta del Times di Londra nella quale si denunciava come su YouTube (portale video di casa Google) le inserzioni di diversi grandi marchi come McDonald's o Hsbc comparissero affiancati a video di stampo antisemita o a difesa del terrorismo. In seguito alla denuncia, diverse società coinvolte hanno deciso di sospendere le proprie inserzioni pubblicitarie sui siti appartenenti a Google. La pressione mediatica ha dunque costretto Google a scusarsi per l'accaduto: “Vorrei presentare le mie scuse ai nostri partner e inserzionisti che hanno visto comparire le loro pubblicità accanto a contenuti controversi” - ha dichiarato il presidente di Google Europa, Matt Brittin - “prendiamo molto sul serio le nostre responsabilità”.

La vicenda ha rivelato i limiti del cosiddetto programmatic advertising di Google. Questo sistema permette di selezionare la pubblicità da mostrare all'utente sulla base dei big data raccolti sul suo conto; il limite è che tali contenuti possono cozzare con i video di Youtube ad essi associati, causando potenziali danni d'immagine per le aziende.

 

Le contromosse di Mountain View – Nel concreto, la holding Alphabet, cui fanno capo Google e Youtube, ha modificato la sua definizione sul discorso d'odio (hate speech) nella propria politica pubblicitaria: con le nuove regole il concetto di discriminazione viene applicato anche alla classe socioeconomica o al Paese d'origine.

Com'era stato sottolineato dalla stampa britannica, per superare gli effetti collaterali del programmatic advertising sarebbe necessario impiegare migliaia di dipendenti (50mila, secondo il Guardian) per esaminare la correttezza dei filmati che "ospitano" la pubblicità offerta da Google.

Schindler ha dunque promesso che Mountain View assumerà “un numero significativo di persone e svilupperà nuovi strumenti (…) per aumentare la capacità di revisione su contenuti discutibili per la pubblicità”. Una serie di altri interventi specifici, inoltre, è in cantiere: il più rilevante riguarda, di fatto, la libertà di manifestazione del pensiero nelle inserzioni, laddove alle consuete limitazioni all'odio razziale, religioso o di genere si aggiungono anche quelle verso i contenuti "dispregiativi” in senso più ampio nei confronti di categorie o gruppi etnico-sociali specifici. Un portavoce di Google ha fatto sapere che la data dell'entrata in forza di tali novità dev'essere ancora stabilita.

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