Gomorra 3, episodio 1: Genny Savastano e l'evoluzione del male

Serie TV

Massimo Vallorani

Dopo tanta attesa è tornata finalmente sugli schermi di Sky Atlantic Gomorra – La serie, arrivata alla sua terza stagione. Per l’occasione abbiamo provato a fare un breve ritratto di Genny Savastano, erede di Don Pietro e nuovo boss del clan Savastano: continua a leggere e scopri di più

Se c’è una cosa che abbiamo imparato ad apprezzare in Gomorra – La serie è quel suo continuo e infaticabile lavorio di scavo e di approfondimento sui personaggi. Lo è stato per quelli delle prime due stagioni e siamo sicuri che anche per la terza stagione di Gomorra (ogni venerdì, in esclusiva su Sky Atlantic alle 21.15) si continuerà su questo personalissimo percorso.

Prendiamo per esempio Genny Savastano, interpretato dal sempre ottimo Salvatore Esposito. All'inizio di Gomorra avevano imparato a conoscerlo come un ragazzone un po' viziato e inebetito dalla ricchezza. Un impacciato "guagliuncell" privo del carattere giusto per diventare l'erede designato di suo padre Don Pietro. Un ragazzo succube di sua madre Imma, leonessa iperprotettiva e soprattutto malleabile e influenzabile dai tanti che lo circondano e che vogliono plasmarlo per usarlo: Ciro più di tutti, che considera un fratello e che presto lo tradirà.

La sua trasformazione passerà per un viaggio in Honduras, una discesa agli inferi che lo costringerà ad abbandonare il suo nido e ad imparare a volare da solo. Tornerà re, ma ancora senza trono e corona. La sua personale rivoluzione, non ancora del tutto compiuta, sarà spietata. Una lama tagliente falcerà amici e nemici, annegherà nel sangue e nella violenza ogni ostacolo. Anche se quell'ostacolo si chiama “Don Pietro”, suo padre.

Ma chi è davvero Genny? E’ il padre affettuoso che protegge la sua famiglia, la moglie Azzurra e il suo piccolo figlio Pietro? O è lo spietato assassino che uccide Malammore e che usa il nemico di sempre Ciro di Marzio pur di conquistare definitavene il suo potere? E’ in  questa dicotomia che si misura lo spessore di questo personaggio, che preferisce ingoiare le sue lacrime davanti al corpo martoriato del padre senza comunque perdere di vista il suo unico obiettivo: “Perché questo figlio le lacrime se le tiene dentro e comunque adesso è questo figlio che comanda”.

Uccidere e far uccidere: è quello che a Genny riesce meglio. Sporcarsi le mani con il sangue dei sui nemici ma con quelle stesse mani prendere teneramente il suo piccolo figlio. In fondo, come per tutti i personaggi di Gomorra, anche Genny non sembra essere interessato al futuro. Perché uno come lui non ne ha di futuro. Incanalato nell’ “hic et nunc”, nel qui ed ora, il suo unico assillo è andare dritto fino in cima, sedersi al tavolo con gli altri capi del sistema e assaporare il gusto dolce e passeggero del “potere”. Sapendo che la morte è sempre dietro l’angolo, che gli amici possono diventare nemici e che i maggiori pericoli si insinuano proprio tra le persone più care.Non è vero che mio padre se n’è andato da Napoli, mio padre è morto, l’ho fatto uccidere io. Mio padre mi voleva sotto il suo comando a Secondigliano, non avrebbe mai accettato qualcosa di diverso. Ultimamente era impazzito, vedeva morti ovunque, anche noi eravamo in pericolo. E allora ho fatto l’unica cosa che potevo fare: ho protetto la mia famiglia”.

 

Ma anche di fronte a questa confessione fatta a sua moglie Azzurra, Genny continua la sua personale discesa verso l’abisso. Quindi nessuna volontà di tornare indietro, né tanto meno ribellarsi all’incubo di una guerra perpetua, di affondare continuamente i piedi nel sangue in quel ghetto umido, assurdo e buio che è la sua vita. Allora non rimane altro che continuare a percorrere la stessa strada, l’unica che realmente conosce: quella della violenza fine a se stessa. Una “coazione a ripetere” penosa e dolorosa. Una trappola senza, purtoppo, una via d’uscita.

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