Berlino, l'Orso d'Oro 2016 a "Fuocoammare" di Rosi

Dopo 4 anni, era il 2012 e a vincere fu "Cesare deve morire" di Paolo e Vittorio Taviani, un altro film italiano trionfa alla Berlinale. Il documentario è stato girato nel corso di un anno e mezzo a Lampedusa. Il regista: "Il mio pensiero va a tutti coloro che non sono mai arrivati sull'isola e alla gente che da anni apre il suo cuore a chi arriva"

Dopo quattro anni, l’Orso d’Oro torna in Italia: a Berlino trionfa il film “Fuocoammare”, del regista Gianfranco Rosi. Il documentario, unica pellicola italiana in concorso nella 66esima edizione della Berlinale, è stato girato nel corso di un anno e mezzo a Lampedusa e racconta, da un lato, la vita sospesa di alcuni suoi abitanti e, dall'altro, quella drammatica dei migranti in esodo verso l'Europa.


Le parole del regista -
"Il mio pensiero va a tutti coloro che non sono mai arrivati a Lampedusa nel loro viaggio di speranza e alla gente di Lampedusa che da venti, trenta anni apre il suo cuore a chi arriva", ha detto Rosi ricevendo il premio. "Non è accettabile – ha aggiunto – che la gente muoia in mare, per attraversare le frontiere". Il suo film, nelle sale italiane dal 18 febbraio, a Berlino ha vinto anche altri tre riconoscimenti: il premio della "Giuria ecumenica", il premio di "Amnesty International" e il premio della "Giuria dei lettori del Berliner Morgenpost". Gli ultimi italiani a vincere in Germania erano stati, nel 2012, Paolo e Vittorio Taviani con “Cesare deve morire”.

I complimenti - "Il premio a Rosi ci riempie di orgoglio e dimostra la vitalità del cinema italiano, capace di raccontare con poesia e crudezza storie di grande attualità”: ha commentato così la vittoria di “Fuocoammare”, che ha avuto anche i contributi Mibact, il ministro della Cultura Dario Franceschini. Il premier Matteo Renzi ha affidato a Twitter il suo messaggio.

Gli altri premi - L'Orso d'argento del Festival di Berlino per il migliore attore è andato al tunisino Majd Mastoura (per "Inhebbek Hedi"), quello per la migliore attrice alla danese Trine Dyrholm (per "La comune" di Thomas Vinterberg), quello per la migliore sceneggiatura al polacco Tomas Wasilweski (per "United States of love"), quello per la miglior regia a Mia Hansen-Love (per "L'Avenir"). Il premio Grand Jurie, infine, è stato vinto da Danis Tanovic per "Mort a Sarajevo".

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