Cinquant'anni di scatti immortali, Uliano Lucas si racconta

Cernusco sul Naviglio, 1978. Una foto dal reportage di Lucas sulle condizioni degli ospedali psichiatrici, poco prima che la legge Basaglia ne decretasse la chiusura
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Si chiude il 22 dicembre la prima retrospettiva dedicata a uno dei più grandi fotoreporter italiani, che spiega come sono nate le sue immagini diventate icone. Dai cortei agli immigrati, dalle guerre dimenticate agli emarginati sociali

di Pietro Pruneddu

"La fotografia è sempre politica. L'informazione non può essere neutrale, dev'essere di parte. La tua parte personale in un discorso a cui devono rispondere gli altri. Se vogliono..". Uliano Lucas è molto più che un fotografo. Se i libri di scuola dovessero raccontare la società dal dopoguerra ad oggi potrebbero farlo usando i suoi scatti. Cinquant'anni di carriera, ora, sono racchiusi in una mostra, "La vita e nient'altro", la sua prima retrospettiva, esposta allo Spazio Arte di Sesto San Giovanni che chiude il 22 dicembre. Duecento fotografie, in cui è condensata la visione del mondo di uno dei più grandi fotoreporter italiani, testimone di mille storie e allergico all'autocelebrazione. Piuttosto preferisce parlare. Di migrazioni, manifestazioni, periferie urbane e umane, emarginati di ogni tipo, amici scomparsi. Le sue fotografie raccontano tutto questo. Sono la sua storia, la nostra storia.

Gli esordi a Brera - Uliano Lucas, classe 1942, padre partigiano, è cresciuto nell'Italia martoriata dalla guerra civile. I suoi anni di studio ai Convitti della rinascita non durarono molto. Si fece espellere per indisciplina. Troppo curioso, troppo irrequieto per un'educazione imposta. A sedici anni si stabilì nel quartiere Brera di Milano, dove bazzicava tra i bar Jamaica e Genis decidendo che la fotografia sarebbe stata la sua strada. "Quella è stata la mia università", spiega Lucas a SkyTG24.it. "Quei locali erano il ritrovo di artisti, musicisti, flaneur, affascinanti narratori di storie davanti a un bicchiere di vino. Ero un animale notturno, giravo per la città e scattavo, poi andavo a vendere le mie foto all'Unità o al Giorno". Erano gli anni del boom, di un Paese che ancora sognava, "prima di perdere la verginità con la bomba a Piazza Fontana".

Immigrati e boom economico - Era l'Italia dei costumi in trasformazione, della morale che cambiava, della musica che dilagava. Ma anche dell'immigrazione di massa verso le città industriali. "Milioni di persone sciamavano al Nord, il mondo contadino entrava in fabbrica, ingoiato da un capitalismo famelico che prendeva tutto di tutti". Lucas scattò una delle sue foto più famose in piazza Duca d'Aosta a Milano: un emigrato sardo sotto il Pirellone, con una valigia di cartone in mano e un pacco sulla spalla. "Era tutto lì, in un fotogramma: il grattacielo di Giò Ponti, il potere dell'industria che Bianciardi ne "La Vita Agra" sognava di far saltare per aria, il volto di chi con le sue braccia e i salari bassi ha reso possibile il miracolo economico". Lucas non smetterà più di fotografare le migrazioni: i primi tunisini che sbarcarono dai pescherecci a Mazzara del Vallo nel 1969, gli italiani in cerca di fortuna in Svizzera e Germania.

Cortei, manifestazioni e fabbriche - Diventò in poco tempo uno dei migliori esponenti di quel giornalismo d'inchiesta civile e sociale post Sessantotto stimolato da intellettuali come Vittorini, Pannunzio, Benedetti. Fieramente indipendente, freelance si direbbe oggi (ma è un termine che non gli piace). Seguì decine di manifestazioni: era con gli operai in fabbrica e nei cortei, era tra i ragazzi del movimento studentesco, era in mezzo agli scontri con le forze dell'ordine, era ai funerali delle vittime rosse e nere. Una delle fotografie più conosciute e iconiche di quegli anni è sua. "C'era una manifestazione dei metalmeccanici Alfa Romeo a Milano. Spuntarono questi tre ragazzi giovanissimi, con l'eskimo e le bandiere. Correvano per raggiungere il corteo operaio con tutto l'entusiasmo e la forza di una nuova generazione".

Le guerre in giro per il mondo - I racconti per immagini di Lucas hanno "il comune denominatore di voler dare voce a realtà marginali". Anche oltre i confini italiani. Era in prima linea nelle guerre di liberazione in Angola, Eritrea, Guinea Bissau. Era nel Portogallo di Salazar da clandestino e a Lisbona durante la "rivoluzione dei garofani" del '74. Quasi vent'anni dopo è ancora tra i proiettili dei cecchini serbi che sibilavano sui civili a Sarajevo o negli ospizi di Mostar. "In Bosnia si è consumato un genocidio, una follia collettiva. Ho cercato di raccontare la dignità della sopravvivenza e la tragedia della quotidianità". Lucas ebbe problemi a far pubblicare le sue foto dai Balcani: "I giornali volevano il sangue, io invece ho raccontato una città che riusciva comunque ad andare avanti", spiega a SkyTG24.it.

I ritratti - Sin dagli esordi, Lucas è stato anche un fenomenale ritrattista. Dal suo migliore amico Piero Manzoni a Truman Capote, sono tanti i volti passati davanti al suo obiettivo. "Di alcuni incontri ho ancora un ricordo forte di particolari delle persone ritratte, il loro carattere, i loro atteggiamenti, il timbro della voce. Ricordo gli spazi in cui le ho scattate: i caffè del quartiere Ticinese per Alda Merini, che quando si preparava per il reportage diceva: "Mi metto elegante per l'Uliano", la veranda coloniale di Piovene, la voce di Amalia Rosselli che nella sua mansarda romana mi raccontava dei suoi incubi e dei suoi dialoghi con gli extraterrestri. E ancora, la gentilezza di Vittorini che posava sulla darsena di Milano. Sono stati incontri segnati dalla stima, dal rispetto, a volte dalla simpatia e comunanza di idee, altre volte da una forte amicizia, fattori che si riflettevano poi nella spontaneità degli scatti".

Reportage lunghi decenni - Uliano Lucas non ha mai creduto nello scatto isolato. Lavora per anni, a volte per decenni, sullo stesso argomento. L'ha fatto con le storie dei migranti, dei tossicodipendenti o dei detenuti. L'ha fatto con gli splendidi reportage sugli ospedali psichiatrici e sulle comunità sorte dopo la legge Basaglia. O con un lavoro (ancora non ultimato) incentrato sulla nascita, sulla poesia e la violenza del parto. Ci sono anche progetti portati avanti e finiti in un cassetto, come quello sul mondo del cattolicesimo in tutte le sue sfaccettature. E' cambiato il mondo dell'informazione, la fotografia digitale ha soppiantato quella analogica ma Uliano Lucas, a settantuno anni, non ha alcuna intenzione di smettere. "Continuo a credere nel reportage come racconto colto, per spiegare, dare emozioni e far ragionare. La foto è la memoria del nostro vivere".

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