"Fotografia Europea", Reggio Emilia capitale delle immagini

Lo Spazio Gerra ospita la mostra "Rock'Stars" con le fotografie di Mick Rock realizzate ai divi musicali nei primi anni '70 (Mick Rock, Bowie and Ronson, Lunch on the train 1973 © Mick Rock)
1' di lettura

Ancora una settimana, fino al 16 giugno, per visitare la rassegna con gli scatti di alcuni grandi fotografi internazionali. Dalle facce dei sopravvissuti al terremoto agli omicidi della New York di 50 anni fa. Dalle rockstar agli astronauti africani

di Pietro Pruneddu

Il terremoto in Emilia e l’alluvione di Firenze, astronauti africani e serial killer della Grande Mela, David Bowie e Gabriel Garcia Marquez. Attraversare il centro storico di Reggio Emilia fino al 16 giugno equivale a fare un inaspettato viaggio nel tempo e nello spazio attraverso le immagini. La città emiliana ospita l’ottava edizione di Fotografia Europea, una delle più apprezzate manifestazioni internazionali del settore. Un programma che va dalle conferenze agli spettacoli, passando per workshop e letture portfolio. Ma l’evento è soprattutto un’occasione per visitare alcune delle ventuno mostre allestite nei luoghi più suggestivi della città.

LE MOSTRE DA NON PERDEREI nomi esposti sono un mix perfetto tra big di fama mondiale già affermati e giovani talenti di sicuro avvenire. La prima mostra da visitare è “To Belong” (Appartenere) di Anders Petersen, allestita ai Chiostri di San Pietro. Il progetto è un viaggio in bianco e nero nell’Emilia post terremoto ed è stato ideato dall’agenzia creativa Studio Blanco. L'obiettivo era quello di restituire alla propria terra ferita dal sisma una testimonianza fotografica, un ritratto dei giorni difficili che stava passando, un modo per rendere omaggio alle persone e al  “Fare emiliano”. Il lavoro è stato affidato volutamente a un fotografo straniero e la scelta è caduta su un autore di culto: il pluripremiato svedese Anders Petersen, famoso per la sua capacità di raccontare con le immagini situazioni borderline e drammatiche.

Il fotografo scandinavo, lo scorso novembre, ha viaggiato per dieci giorni nei luoghi del terremoto. Ha incontrato persone, si è fatto raccontare storie, paure e speranze a 5 mesi dalle scosse che hanno cambiato le loro vite. Nessuna morbosità nel piccolo poema epico emiliano di Petersen. Un progetto che esalta invece la dignità ed il senso di appartenenza di una popolazione colpita ma non sconfitta.

LE METAMORFOSI DI CARLA CERATI – Un’altra mostra da visitare è la retrospettiva dedicata a Carla Cerati, “Guardare la metamorfosi”, esposta ai Chiostri di San Domenico. Un omaggio ai cinquant’anni di carriera della fotografa. Cento immagini che vanno dall’alluvione di Firenze del 1966 al reportage “Morire di classe” realizzato nei manicomi insieme a un altro grande come Gianni Berengo Gardin, che contribuì in maniera determinante al traguardo della Legge 180 (la cosiddetta Basaglia) e alla chiusura di queste strutture medievali. Ci sono gli scatti delle contestazioni studentesche degli anni ’70, gli aperitivi chic nei salotti milanesi, i processi simbolo di un’epoca (tra cui quello Calabresi-Lotta Continua). Nell’esposizione, curata da Sandro Parmiggiani, non mancano alcuni ritratti come quelli realizzati a Elio Vittorini o Gabriel Garcia Marquez.   

L’OCCHIO INDISCRETO DI WEEGEE – Assassini, cadaveri, incidenti stradali. La New York violenta e pulp degli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta è tutta racchiusa invece negli scatti di Arthur Fellig, in arte Weegee, il celebre fotografo freelance di cronaca nera. Palazzo Magnani ospita fino al 14 luglio la mostra “Murder is my business” (L’omicidio è il mio lavoro), in cui sono raccolte un centinaio delle sue fotografie. “Il crimine era la mia ostrica perlifera. Ho fotografato circa 5 mila omicidi”, raccontò nella sua autobiografia. Abitava davanti al quartiere generale della polizia di Manhattan e ottenne addirittura il permesso di installare nella sua auto una radio pirata delle forze dell’ordine. In questo modo arrivava sui luoghi del delitto prima di tutti. “Gli omicidi erano i più facili da fotografare”, spiegò, “perché i soggetti non si muovevano mai e non si agitavano”.

Manager di sé stesso (vendeva ai giornali le sue foto esclusive), egocentrico (si firmava “Weegee il famoso”), precursore (inventò con il suo stile il giornalismo tabloid), amico personale di criminali come Lucky Luciano e Bugsy Siegel. Si racconta che il regista Stanley Kubrick si ispirò a lui nei suoi film noir e lo volle come consulente per le riprese de “Il dottor Stranamore”. Violenza e vita di strada dunque, ma anche momenti d’intimità e di svago paradossalmente teatrali in mezzo a situazioni macabre.

QUANDO LO ZAMBIA VOLEVA ANDARE SULLA LUNA – La mostra “The Afronauts” di Cristina De Middel, esposta ai Chiostri di San Pietro fino al 16 giugno, è una combinazione perfetta di realtà e finzione. Il progetto parte da un’incredibile storia vera. Nel 1964, Edward Makuka Nkoloso, insegnante di scienze dello Zambia, si mise in testa di sorpassare Stati Uniti e Unione Sovietica nella corsa allo Spazio, con l’obiettivo di mandare un equipaggio (composto da 12 astronauti africani e 10 gatti) prima sulla Luna e poi su Marte. Fondò un programma spaziale non autorizzato e progettò un’improbabile navicella in rame e alluminio. La preparazione dei suoi allievi fu fantozziana. Per resistere all’assenza di gravità venivano chiusi dentro dei barili e lanciati lungo il fianco di una collina. Le Nazioni Unite, dopo un comico scambio epistolare, gli comunicarono che non avrebbero concesso i finanziamenti. Una delle cosmonaute, appena sedicenne, rimase incinta e il progetto venne abbandonato.

A cinquant’anni di distanza, la giovane fotografa spagnola ha ricreato visivamente questo sogno interrotto. "Sono interessata a documentare fatti che sono incredibili ma veri", spiega la De Middel. L’intreccio tra Storia e fantasia ha dato vita a una sorta di documentario mai realizzato all’epoca e ricostruito adesso. Un lavoro nostalgico e onirico spiegato così dall’autrice: “Ho voluto dimostrare che, sebbene talvolta non condividiamo lo stesso livello di progresso tecnologico, tuttavia abbiamo gli stessi sogni”.

LE ROCKSTAR IN MOSTRA – Allo Spazio Gerra, infine, c'è “Rock’ Stars”. Cinquanta scatti di Mick Rock, fotografo-icona che con i suoi scatti ha ridisegnato e reso immortali i divi musicali. L’esposizione si concentra sul quinquennio tra il 1970 e il 1975. Un lustro di ritratti: la trasformazione glam di David Bowie, Lou Reed dopo l’abbandono dei Velvet Underground, le acrobazie sul palco di Iggy Pop, le allucinazioni di Syd Barrett, la nascita dei Queen. Mick Rock con le sue immagini ha contribuito a costruire la mitologia di questi personaggi. Dai camerini ai backstage, dai live alla vita privata, una sequenza di fotografie che raccontano un’epoca e un’estetica che hanno influenzato il corso della musica e della società.

Leggi tutto