Sonicamerica, le rockstar in posa raccontate da Guido Harari

Il fotografo Guido Harari in posa davanti al suo ritratto di Bob Dylan
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Il fotografo apre le porte della sua mostra a Sky.it: racconta aneddoti e svela cosa c'è dietro i ritratti di artisti famosi. Da Bob Dylan che "scappava nelle piscine comunali" alle cene con Lou Reed, fino alla rissa sfiorata con Tom Waits

di Pietro Pruneddu

Bob Dylan guarda i presenti sornione, mentre Lou Reed abbraccia Laurie Anderson. Tom Waits passeggia con un mantello mentre Leonard Cohen si è addormentato in posizione fetale sopra un tavolo. Tutti i mostri sacri del rock sono nella stessa stanza. Potere delle fotografie di Guido Harari, considerato il più grande ritrattista italiano di artisti e musicisti, che ha aperto in anteprima per Sky.it le porte della sua ultima fatica. La mostra Sonicamerica, allestita nello showroom Environment a Milano, è visitabile dal 24 ottobre al 20 novembre nella location di via G. Sacchi 5. Circa 40 immagini, stampate in formato extralarge, molte impaginate in eccentriche cornici, sono l’occasione per ripercorrere una carriera, iniziata nel 1971, che l’ha portato a conoscere icone e personaggi che hanno fatto la storia della musica. Diventandone spesso amico e confidente. “Yoko Ono, a distanza di anni dal nostro incontro, mi manda ancora gli auguri di Natale”.

Gli esordi: “Folgorato da Elvis e i Beatles” – “La mia formazione musicale e fotografica è totalmente da autodidatta”, racconta Guido Harari mentre valuta dove appendere un enorme e sorridente Frank Zappa. “Sono cresciuto comprandomi con la paghetta i 45 giri di Elvis Presley e studiando sull’edizione americana di Rolling Stone i primi ritratti di Annie Leibovitz. Rimasi affascinato dal suo modo di creare empatia con i soggetti che fotografava. Sembrava una fan che scattava, non una professionista ”. A diciotto anni decide di provarci anche lui. Macchina fotografica al collo, segue in tournée Frank Zappa, i Genesis con Peter Gabriel, Carlos Santana, John Mayall, solo per citare qualche nome. “Ho vissuto a Londra negli anni del punk e del reggae”. Il suo nome diventa presto famoso, come quello degli artisti che fanno la fila per essere ritratti da lui. “Era un’epoca in cui i cantanti erano autonomi, i manager disponibili. Quando venivano a Milano io mi piazzavo nella hall dell’hotel di turno. Queste leggende viventi, vedendomi con capelli lunghi e macchina fotografica, molto semplicemente mi dicevano: ‘Hey, vieni con noi in tour?’. Un po’ come nel film Almost Famous”.

“Quando Bob Dylan andava alla piscina comunale” – Per Guido Harari il rapporto personale con gli artisti è sempre stato la molla per scattare fotografie significative. Lou Reed in un’intervista ha detto di lui: “Sono sempre felice di farmi ritrarre da Guido. So che le sue saranno immagini musicali, piene di poesia e di sentimento. Lo considero un amico, non un semplice fotografo". E Harari conferma: “Negli anni abbiamo costruito una fiducia reciproca, un rapporto di confidenza. Quando Lou capisce che sta parlando con un amico e non con qualcuno interessato solo al suo passato di ‘star’, allora si lascia andare, magari raccontandoti aneddoti su Andy Warhol o i Velvet Underground”. La conoscenza di Bob Dylan è stata invece più travagliata. “Tutti hanno problemi con lui. Ha il gusto perverso di confondere le persone che lo circondano. Ricordo che prenotava 4-5 stanze nell’albergo dove alloggiava, trascorrendo non più di un quarto d’ora in ognuna. Così le guardie del corpo, che lui chiamava ‘le guardie della mente’, non sapevano mai dove si trovasse. Poi chiamava un taxi e se ne andava alla piscina comunale più vicina, sicuro che nessuno avrebbe mai creduto che fosse lui, Bob Dylan in persona”. Del tour nel 1984 in cui l’ha incontrato per la prima volta, Harari ricorda che “per suo preciso volere, al suo passaggio le persone, persino il personale stesso del tour, dovevano guardare dall’altra parte”.

“Quella volta che Tom Waits voleva menarmi” – Il soggetto più difficile da fotografare, racconta Guido Harari a Sky.it, è stato Tom Waits. “È un pazzo scatenato, che non sopporta di farsi fotografare. Una volta mi vennero concessi tre incontri di 5 minuti ciascuno in giorni diversi. Al terzo incontro lui si infuriò accusandomi di pedinarlo, ma poi riuscii a scattare una delle fotografie – quella in cui corre avvolto in un mantello - a cui sono più affezionato”. Bellissimo e commovente fu invece l’incontro con Jeff Buckley nel 1994. “Quando gli dissi che avevo fotografato suo padre Tim si emozionò. Jeff è stato l’ultimo artista che mi abbia veramente emozionato. Poi è come se la musica fosse finita”. Da tempo, ormai, molti artisti vogliono essere ritratti dai grandi fotografi di moda. “Janis Joplin e Jimi Hendrix se ne sarebbero fregati, si facevano fotografare per com’erano davvero. Ora invece conta avere un’immagine che venda la musica, se mai c’è musica da vendere. Madonna è stata la prima a costruirsi un’immagine che non lasciasse trapelare nulla della sua persona reale”. Per spiegare il cambiamento dei tempi, Harari racconta di quando da poco ha provato a fotografare il giovane cantante irlandese Damien Rice. “Il suo manager mi ha fatto sapere che non voleva essere ritratto perché non aveva un disco in promozione! Non credo che icone come John Coltrane o Aretha Franklin avrebbero mai risposto così”.

Non solo musica. “Mi tengo alla larga dai politici” – Nella sua vita, Guido Harari non ha fotografato solo musicisti. Tra il 1996 e il 1998, prendendo spunto dalla trasmissione Italians di Beppe Severgnini, ha ritratto 130 personalità di ogni campo, che rappresentavano l’eccellenza italiana nel mondo. “Agnelli mi concesse due ore, Armani mezzora. Ho evitato i politici anche se a volte per curiosità vorrei coglierli nella loro quotidianità. Per il resto non vedo perché incensarli con una foto: che facciano il loro lavoro e tanto basta”. Meglio rifugiarsi nell’interazione con chi crea canzoni. “Sono un timido cronico, anche con la macchina fotografica a fare da barriera mi sento nudo, ma è così che dev’essere. Occorre reciprocità tra fotografo e fotografato. Però alla lunga tutti questi incontri mi hanno aiutato a superare i miei blocchi”. Una terapia di clic e sorrisi. Come quello del bianco e nero di B.B.King o quello di John Cage, ritratto a Bologna nel 1979 con alle spalle una scritta sul muro: “W il silenzio”. È un paradosso che in questa mostra smette di funzionare. Le immagini di Guido Harari, seppur mute, non riescono a stare zitte.

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